Io ciò un'idea mia che non mi abbandona più ormai da anni; sicuramente superficiale e un po' ingenua, ma ve la vado a esporre. Contenti?
Nel 1995 esce Viaggi di nozze di Verdone con l'episodio di Jessica e Ivano, rappresentazione di una coppia di coatti romani che immediatamente colpisce il pubblico. Dopo poco inizia una sorta di sdoganamento del coattismo. Porta a porta, qualche tempo dopo, vi dedica una puntata e si fa strada l'idea che ci si potesse definitivamente liberare dalle faticose costrizioni "culturali" di, genericamente parlando, "buona educazione". Da quel momento tutto era permesso; rotti gli argini, si è legittimato di tutto: arroganza, ignoranza, tracotanza, prevaricazione, furbizia, menefreghismo, egoismo, tutto ha stravolto e incasinato un malinteso senso di popolarità, semplicità e bontà. La cultura, il senso civico, il rispetto per le regole e per gli altri, non erano più necessari. La Lega può parlare di cazzo duro in un comizio politico, il presidente del consiglio può andare a mignotte, perfino Er Piotta mette il suo mattoncino a favore del coattismo, fino ad arrivare alla sublimazione delle coattelle di un Calippo e 'na bira che per qualche mese hanno goduto di assurda popolarità (per fortuna qui si è manifestato qualche timido segnale di rigetto).
Il calcio, o meglio, il tifo, per sua natura popolare, non poteva non trovare terreno fertilissimo per questa trasformazione, tanto che si sono drammaticamente banalizzati concetti culturali che meriterebbero maggior rispetto. Il senso di appartenenza, di comunità, di rispetto, di onestà, di lotta al potere, vengono intesi riferiti alla passione comune per una squadra, all'appartenenza a una curva, alle dinamiche ultras, a un allenatore che ha la fama di essere onesto, a una ribellione alla FIGC.
Laziali e romanisti sono diversi? Non lo so, a noi piace raccontarcelo e, seppure nelle discussioni con i peggiori di loro io sostenga la nostra superiorità, tra di noi stiamo cercando di essere più critici. Io, sinceramente, non riesco a dichiararlo apertamente, perché poi si viene tacciati di snobismo o, peggio, razzismo. Quello che preferisco pensare, perlomeno di me stesso, è che riusciamo a cogliere la differenza e a separare i due piani: allo stadio, chi più chi meno, siamo tutti delle bestie che si accalorano, imprecano, pronunciano slogan violenti e razzisti ("Vesuvio lavali cor fòco" mi è sgorgato a pieni polmoni all'ultimo Lazio Napoli), ma poi, finito tutto, si rientra nella vita civile e ci si vergogna anche un po' delle bestie che si è stati in quelle due ore (parlo per me). Fuori c'è la vita vera, la Cultura, le persone vere da rispettare, le regole e le incazzature per le prevaricazioni del potere che andrebbero veramente combattute. E la Lazio rimane il gingillo da custodire e da seguire in attesa che arrivi la domenica o la stagione dopo.
Forse è questa la differenza (non superiorità) che mi piace marcare con loro, quella che ci fa stare in una cena di 30 persone senza fare un urlo o un rutto ma, forse, ha un fondo di verità solo su i grandi numeri perché, come abbondantemente detto, non mancano vagonate di esempi di laziali altrettanto coatti (e uno si sono preoccupati di mandarlo all'Isola dei famosi...).
Ma il romanismo è ormai stereotipo: è la parte buona, popolare, genuina, onesta, furba e fregnona, còr còre grande così e non sorprende che la sinistra la stia occupando, cercando, forse, altre strade per il consenso popolare che stanno drammaticamente perdendo. E noi siamo il necessario contraltare, i brutti sporchi e cattivi.
Vabbè, mi fermo qui. Scusate la prolissità.