La asmerda 1927 (purtroppo) non sparirà.
Alla banca - di fatto, ormai proprietaria dell'asset; la divisione 51% sensolo e 49% unicredit della newco controllante il 67% di asmerda è soluzione scolastica di apparente continuità per evitare un'opa altrimenti obbligatoria che nessuno oggi vuole lanciare - non converrebbe smantellare e/o liquidare l'azienda, ricavando il più possibile dalle cessioni.
Questa è una delle ragioni della proroga, ben compensata, della presidenza di rospella.
L'altra ragione, nonché limite degli stessi poteri operativi della presidentessa, è che i costi della asmerda vanno drasticamente ridotti, per attrarre potenziali compratori, e che la banca (di Roma) non vuole assumere su di sé questa responsabilità.
Allo stato, al netto delle consuete cosmesi di bilancio, la asmerda è una società decotta, pur avendo sportivamente raggiunto risultati al di là di ogni più rosea aspettativa, che richiederebbe un immediato e robusto aumento di capitale.
Facendo due conti, capitalizzazione di Borsa alla mano, occorrerebbero un centinaio di milioni per acquisire il 67% del pacchetto di maggioranza, una trentina per coprire l'opa ed almeno ottanta per un aumento di capitale che consenta alla società di respirare: duecento milioni, lira più lira meno.
Chi può mettere tanti soldi in una società di calcio?
A Roma uno solo, che non ci pensa neanche.
Certo, c'è l'ipotesi sceicco saudita, così come il magnate russo, ma questi "ricchi scemi" - imho - sono attratti da giocattoli più divertenti: campionato inglese in primis, sede dei mercati finanziari più importanti, dove la visibilità è infinitamente maggiore, le porte che si aprono sono decorate con stucchi dorati, la legittimazione del patron ha respiro internazionale e, non ultimo, il torneo è più aperto e trasparente.
Nessun ricco, per quanto scemo, affiderebbe le sorti del proprio investimento e l'intensità delle proprie secrezioni epatiche a uno come "cut the wind".
Chi rimane allora?
Una delle ipotesi è la cordata di clienti della banca, anche se da quando Banca di Roma è Unicredit-Milano il suo potere persuasivo (coercitivo) sui clienti è assai scemato. Oggi, infatti, un altro caso Centrale del Latte sarebbe impossibile.
Ma l'ipotesi più probabile è che la prenda qualcuno che, conoscendo le dinamiche cittadine, abbia bisogno di un sostegno populista che lo ripari da strali che già lo hanno attinto, o che sa lo attingeranno a breve. Strali di tal portata da giustificare un così oneroso acquisto, tuttavia in grado di assicurare una copertura mediatica impareggiabile e, ove necessario, la mobilitazione di massa a difesa del patron della asmerda.
Qualcuno la cui fortuna sia direttamente dipendente dalla esistenza di contratti con la pubblica amministrazione, i cui organi decisionali - com'è noto - si sottopongono al voto (ahimé, anche i romanisti hanno diritto di voto) ogni quinquennio.
Qualcuno per cui la interruzione dei rapporti con la PA significherebbe la rovina.
Quanto alla squadra, se nelle more non dovessero trovare compratori per il citofono e il cameriere, probabile qualche cessione eccellente per quadrare i conti.
Li attendono anni bigi, la rometta di sempre è dietro l'angolo.