Bel articolo su come Petkovic stia plasmando la sua creatura.
É impressionante, ho sempre voluto una Lazio che giocasse in quella maniera. Sembra che Vlado sia entrato nei miei pensieri e li abbia messi in pratica sul campo.
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Si attacca con cinque o sei giocatori, calcio offensivo, centrocampisti chiamati a inserirsi, a cercare il tiro. Non dovranno solo correre, ma portare gol buoni per muovere la classifica. Petkovic parte con una dote consistente. La Lazio possiede un ottimo telaio, qualità e alternative non mancano dalla linea mediana in su. Esisteva il dubbio che ci fossero troppi trequartisti. Il ritiro sta portando a conclusioni opposte. Il tecnico bosniaco-croato sta dando un'organizzazione capace di far coesistere i suoi tenori del centrocampo, i giocatori dimostrano che il processo di adattamento è meno complicato del previsto, confermando la sensazione che sia stata imboccata la strada giusta. Candreva si è preso la fascia destra e sta segnando a raffica, Lulic potrà muoversi da ala sinistra e troverà la porta più spesso della passata stagione. Uno degli interrogativi più affascinanti appartiene al ruolo di Hernanes. I progressi del Profeta sono incoraggianti, con la necessaria copertura sembra poter assolvere ai compiti di mezzala di costruzione che non gli negheranno la possibilità di cercare il gol. Mauri non è una sorpresa, l'esterno lo ha sempre fatto. Anche Ederson si è messo a disposizione. Tutti stanno trovando collocazione e soddisfazione. Questa è la strada giusta per costruire una grande Lazio.
Contano i principi tattici, non il modulo. Petkovic non l'ha ancora scelto, anche se un'idea chiara dev'essersela fatta: nelle prime tre amichevoli ha puntato sul 4-4-2, sviluppando una serie di soluzioni e di alternative sorprendenti. L'ha ritoccato e plasmato più volte, disegnandolo su misura per le caratteristiche degli interpreti. Modifiche e accorgimenti che mai hanno messo in discussione i principi: la ricerca costante del gioco, del movimento e della velocità attraverso il possesso del pallone, le diagonali a formare dei triangoli per avere più soluzioni di passaggio, il fraseggio corto e la manovra allargata all'improvviso sulle fasce, sei giocatori ad attaccare e quattro a coprire, il pressing per non esporsi al contropiede, una difesa aggressiva. Il 4-4-2 classico, con il centrocampo in linea, non s'è quasi mai visto. E diventato a volte 4-1-4-1 e in altre circostanze 4-2-4, il tecnico bosniaco-croato ha testato anche il 4-3-1-2 e il 4-2-3-1. Tutte le prove ruotavano sempre intorno al medesimo canovaccio e non tradivano i concetti di partenza. Petkovic non è un integralista. Gli piace attaccare, ma dà l'idea di essere un tecnico pragmatico. Due risultati dopo quindici giorni di lavoro sembra averli già raggiunti: i giocatori lo seguono e si applicano, credono nel progetto, garanzia necessaria di successo. E poi questa Lazio gioca a calcio, dimostra di possedere una fisionomia, un'idea chiara di come stare in campo e controllare la partita, tenendo alto il ritmo per novanta minuti anche nelle amichevoli con i dilettanti. In attesa dei test più attendibili, delle verifiche di livello con Siena e Torino, un viaggio dentro il calcio di Petkovic aiuta a capire come si articolerà il nuovo corso. In Svizzera, il suo Young Boys aveva sbalordito e segnato valanghe di gol, sfiorando lo scudetto. Con la Lazio sogna di sorprendere il campionato italiano. Non fa lo sbruffone, non si atteggia a mago. Ha studiato la zona e il calcio totale all'olandese. Senza Radu, perso Breno e prima di conoscere il centrale che gli regalerà Lotito, ha messo nel cassetto l'idea di provare la difesa a tre. Così per adesso sta attingendo alla scuola del 4-4-2, mettendoci qualcosa di suo nell'interpretazione.
Il triangolo no, non l'avevo considerato, cantava qualche anno fa Renato Zero. Il calcio dei triangoli è il credo tattico di Petkovic. Si vedono bene negli addestramenti tattici di Auronzo e anche in partita. Il 4-4-2 si può fare in tanti modi. L'ordine del tecnico di Sarajevo è quello di sfalsare le posizioni. Dei due mediani, uno deve essere più avanzato rispetto all'altro. Un incontrista e una mezzala di costruzione, questo è l'abbinamento preferito. Gli esterni si dispongono sulla diagonale rispetto all'interno più vicino. Fronte d'attacco diviso, ma le due punte non sono mai sulla stessa linea. Una agisce più dietro e sulla stessa verticale del playmaker basso, una più avanti dalla parte del centrocampista avanzato. Almeno uno dei due terzini deve salire. Questo tipo di disposizione consente alla squadra di trovare maggiore profondità e più linee di gioco per sviluppare una fitta ragnatela di passaggi. Si forma la cosiddetta piramide, è come se i giocatori (attraverso le proprie posizioni) formassero dei triangoli sul campo. L'effetto: chi porta palla, si ritrova almeno con tre soluzioni di passaggio. La squadra si trasforma in uno sciame. Tutti sono più vicini alla zona in cui gravita il pallone, così è più facile giocare, così è più semplice far scattare il pressing. La teoria dei triangoli è sempre valida, con ogni modulo. E' una filosofia di gioco e di movimento per coprire il campo. Calcio propositivo, ad alta velocità. Il concetto non cozza con la melina classica del possesso palla. Petkovic gioca in modo diverso da Luis Enrique. E importante che il giocatore si disfi subito del pallone, due o tre tocchi, non di più. Niente sbadigli. Il tecnico bosniaco-croato non ama chi si mette a correre tenendo la palla al piede: Zarate lo ha coccolato, ma gli ha subito chiesto di registrarsi su questa lunghezza d'onda. Anche il passaggio di cinque metri va bene, purché il pallone continui a girare. La Lazio di Reja era lenta, compassata, prevedibile. Scattava solo chi aveva cambio di passo (Lulic, Candreva, Mauri) e la squadra finiva per sbattere sul muro avversario, soprattutto con le piccole all'Olimpico. Il mister di Sarajevo ha chiesto movimento e di sveltire la manovra. La palla si gioca, sempre e comunque. E si corre. Ritmi alti o almeno sostenuti, non da sonno. S'è visto con il Montebelluna: la Lazio cerca il gol attraverso l'applicazione degli schemi e del calcio richiesto da Petkovic, macinava gioco come se fosse un'esercitazione. Fondamentale la condizione fisica: con la preparazione faticosa, ma anche divertente, imposta da Rongoni, molti giocatori oggi si sentono meglio e hanno riacquistato vitalità. Serve brillantezza di gambe per giocare bene a calcio.
Tagli e inserimenti, profondità e imprevedibilità della manovra. Piace attaccare a Petkovic e la sua Lazio proverà a portare nell'area avversaria anche sei giocatori. Pioveranno e arriveranno da tutte le parti i biancocelesti, sfruttando le progressioni di Lulic, gli inserimenti di Gonzalez, il tiro di Hernanes, i ricami di Candreva, l'intelligenza tattica di Klose, abilissimo a mandare in porta i suoi compagni, e forse il talento di Zarate (se verrà riabilitato totalmente). In allenamento e in partita, si sente benissimo l'ordine di Marchetti alla squadra. «Tre più uno» , è un richiamo costante. Quando la Lazio attacca, se uno dei due terzini si è sganciato per accompagnare la manovra, tre difensori più un centrocampista dovranno restare a guardia. Petkovic ritiene che quattro giocatori, se perdi palla, siano sufficienti per difendere. Difficilmente si troveranno in inferiorità numerica, poi conterà la velocità, labilità individuale, gli automatismi al momento di scalare le marcature. Ovviamente il concetto del «tre più uno» vale con la Lazio in possesso di palla. Se l'azione è finita, tutta la squadra velocemente si ridispone e si mette in fase d'attesa.
Gioco rischioso, ma affascinante. La sfida è questa nel campionato italiano. Sono costanti le esercitazioni di Petkovic. Per giocare così e non scoprire la difesa, è fondamentale mantenere a lungo il controllo del pallone oppure riconquistarlo in fretta. Così si ricorre al pressing. Il pallone bisogna riprenderlo nella stessa zona in cui è stato perso, ecco perché la squadra esprime un gioco aggressivo e dimostra una propensione offensiva. Anche i mediani sono chiamati ad andare a catturare il pallone nell'altra metà campo. Questa è la fase su cui occorrerà maggiore allenamento. Nelle prime tre amichevoli la Lazio non ha preso gol, ma in qualche circostanza non ha mantenuto le distanze giuste sul campo. Con i dilettanti è stato possibile apprezzare la fase offensiva. Domani con il Siena, giovedì con il Torino e nelle amichevoli più impegnative di agosto, sarà interessante scoprire e verificare come la squadra biancoceleste terrà il campo e se si dimostrerà equilibrata, compatta e solida anche in fase di non possesso. Una buona difesa, insegnano i maestri del pressing, inizia con il lavoro degli attaccanti. La squadra deve restare corta. Servono difensori veloci, aggressivi, attenti in marcatura. Ai palleggiatori capaci di avviare l'azione, Petkovic predilige stopper duri ed efficaci, che restino incollati in marcatura: davanti decide la qualità, dietro bisogna essere bravi a non prenderle. Segnali di pragmatismo, ottima notizia. Nessuno ha inventato il calcio, molti concetti sono comuni a tanti allenatori. Per alcune combinazioni di gioco, i movimenti offensivi possono far tornare in mente la prima Lazio di Delio Rossi, che giocava con il 4-4-2. Cross da una fascia, l'altro esterno va a chiudere l'azione sul secondo palo. Un classico. Ma Petkovic, chiedendo a uno dei due centrocampisti centrali di aggiungersi ai due attaccanti, lavora anche su una variazione del tema. Accade spesso (si è visto quando erano in campo Mauri e Candreva) che uno dei due esterni di centrocampo (a seconda della fascia in cui si sviluppa l'azione) si accentri e si avvicini invece di attaccare. Si chiamano coperture preventive in fase di possesso. Prima ancora che si concluda l'azione e nell'eventualità di perdere il pallone, c'è chi si prepara alla fase difensiva. La Lazio ha ripreso a muoversi anche senza pallone: era uno dei limiti del passato su cui lavorare.

