Quast'anno non mi rifarò l'abbonamento.
Tante le ragioni, anche economiche.
Ma non solo.
La Lazio, lo stadio, il gioco, la passione e tutto quanto fa che il calcio sia tale, si sono erose in questi anni sciagurati in cui un processo - credo irrversibile e oramai vincente - di stravolgimento del ruolo del tifo e del tifoso, sia arrivato a livelli talmente parossistici e per certi versi squallidi, che se una speranza mi resta di salvare la gioia che mi dà ripensare al rettangolo verde e alle maglie biancocelesti, questa passa per l'allontanamento dalla Lazio stessa.
Ce ne sarebbero di cose da dire, ma non credo abbia senso, dato che non bastano 10 fora sparsi per la rete, altrettante trasmissioni radiofoniche o cronache sui quotidiani, per riuscire ad invertire questa rotta suicida.
Anzi.
Tutti a spingere verso il baratro, perché questo adesso funziona, dà ascolti e si spera abbia, come effetto collaterale, l'abbandono di Lotito.
Ma mentre il baratro ormai è lì ad un passo, Lotito non credo regalerà la Lazio a chicchessia solo perché piccoli Bettega crescono.
Di Lotito - è bene dirlo - me ne cale quanto me ne calava di Lenzini, Bocchi, Calleri, casoni, Cragnotti, Longo e chi altro non ricordo.
Strumenti indispensabili a mandare avanti il giocattolo calcio, ché la cazzata "la Lazio è dei tifosi" va bene per riempirsi la bocca, ma se non fosse arrivato un Ballerini qualsiasi a togliere di mano la nostra amata dalla "passione" dei soci fondatori, Bigiarelli in testa, a quest'ora saremmo stati annoverati nei libri di storia che parlano della nascita del movimento podistico capitolino agli albori del secolo scorso.
E quindi tutti o quasi allegramente tifosi della Roma.
Ragion per cui la Lazio, come qualsiasi altra squadra, è di chi la dirige, da che mondo è mondo.
E per fortuna.
Quest'anno quindi non tornerò allo stadio e con me almeno altre 4 persone della mia famiglia, perché proprio non riesco a condividere quello spazio di sogni di bambino, con chi oramai si ritiene depositario di miriadi di squallide verità (l'aggettivo squallido è quello che più mi suona in testa quando penso al circo che da anni ha avviato il gioco al massacro che è sotto gli occhi di tutti), che sono diventate il motore che su di giri ci sta conducendo al botto.
Ma lo dico qui, per quanto possa valere, perché non ho altri luoghi dove poterlo mettere aglia atti: non mi annoverate, jene da quattro soldi, avvoltoi senza dignità, tra coloro i quali non torneranno allo stadio perché "lotito cià torto 'a lazzialita" e amenità del genere.
Non vado più allo stadio essenzialmente perché quel luogo è diventato il bacino infetto che produce e diffonde un virus che stravolge l'essenza stessa del tifo, trasformandolo in un'inarrestabile macchina di scimmie urlatrici che finisce inesorabilmente di fagocitare il tifo stesso.
E io, proprio per salvare quel poco che resta della Lazio nella sua essenza più semplice e diretta, quella che prende alla pancia e al cuore, a farmi fagocitare no ci tengo proprio.
Quindi non sarò allo stadio, ma perché lo dico io e non perché lo urlate voi, voi che ormai - accecati e instupiditi da tanto livore sciocco - non ricordate nemmeno più perché la tifavate da bambini. La Lazio.
Not in May Name, quindi.
Nun ce provate.