Citazione di: gesulio il 29 Gen 2016, 09:46
lo sai che c'è Alcares? che questa non è una situazione simmetrica.
perché quando a fare qualcosa di "evitabile" è chi veste o rappresenta ufficialmente la maglia della Lazio di solito ha un nome e e cognome, un volto, è semplice individuare chi, come dove, perché e quando non è così facile, la responsabilità si rimanda ai vertici della società (a volte correttamente, ma non è questo il punto).
quando a fare qualcosa di evitabile è il pubblico Laziale, invece, tutta questa riconoscibilità viene meno, essendo quello dei tifosi un corpo collettivo. e non c'è neanche l'interesse a cercare di capire chi, come, dove e perché. si afferma che non si può accusare tutta una tifoseria per un gesto o atteggiamento evitabile di alcuni (al di là della sua "estensione", come ad esempio i fischi alla lettura delle formazioni nei riguardi di alcuni nomi, in certe partite molto più intensi che in altre), e come nel caso precedente, di fronte a eventi più difficili da decifrare si tende a rimandare certe responsabilità nei confronti dell'entità più rappresentativa della tifoseria, cioè la curva (sappiamo benissimo che non è questa la risposta che esaurisce tutte le domande, ce lo siamo detti più volte).
ad un occhio esterno lo squilibrio per me è evidente: la tifoseria tende sempre ad autoassolversi, in quanto quasi impossibile stabilire la paternità di certi atteggiamenti, mentre per quanto riguarda squadra e società la tendenza è ovviamente amplificare le colpe, isolarle, attribuirle con certezza a qualcuno.
Che ci sia uno squilibrio è, come ha detto tu, tanto evidente quanto fisiologico.
Era vero 40 anni fa, quando il calcio non era così vicino allo spettacolo e i calciatori non erano assimilabili a star di Hollywood, è a maggior ragione vero oggi.
E non ne faccio solo ed esclusivamente un discorso di denaro, ma piuttosto un discorso di posizione sociale.
Io tifoso, da tifoso, non sono nessuno.
Magari nella mio lavoro sono uno scienziato o un gesucristo, ma lì allo stadio sono uno dei tanti.
Faccio parte di una massa ed è in un certo senso giusto che io mi ci confonda dentro (a patto di restare nel legale, ovviamente, ma questa è altra faccenda).
Un calciatore ha un nome, una notorietà, un ruolo pubblico.
Che gli porta onori nel momento in cui le cose vanno bene e rotture di cazzo nel momento in cui le cose vanno male.
Fa parte del gioco della vita, solo che nel loro caso il gioco è tanto più amplificato quanto più è altisonante la loro notorietà.
Il discorso della maglia, sono con te, fa a cazzotti col concetto di professionismo.
Te la dico tutta: se io fossi un calciatore professionista, so già che se giocassi con la maglia delle merde e segnassi, pure fosse contro la Lazio, esulterei come un invasato (o comunque in relazione all'importanza di quel gol per la squadra per cui gioco).
Ma qui il discorso è diverso.
Esula totalmente dalla faccenda della maglia e investe solamente il discorso del professionismo.
Se sei professionista, devi accettare di adattare il tuo carattere ai lati oscuri della professione che hai scelto, oppure devi cambiare mestiere o il livello a cui lo svolgi.
Se fai il calciatore professionista e non riesci a sopportare contestazioni e fischi, o cambi mestiere o accetti di svolgerlo in lidi meno impegnativi: Udine, Verona, Bergamo... ce ne stanno tanti di posti.
Perché a certi livelli, in certe piazze che poi sono quelle che possono potenzialmente far di te un giocatore del sopracitato livello superiore, se giochi di merda, ti becchi i fischi dalle decine di migliaia di signor nessuno che ti vengono a guardare.
Fermo restando, sia chiaro, che se non dai er fritto, prima o poi te se inchiappettano pure a Carpi o Bergamo, perché tu, per i signor nessuno che ti vengono a guardare, sei la proiezione tangibile della loro fede calcistica.
Nel nostro caso la contestazione è particolare.
Ci sono almeno tre componenti che si sommano: prestazioni, dirigenza e prefetto.
E rendono la contestazione più aspra e confusa.
Però ripeto: lo squilibrio fa parte del gioco.
Questo non vuol dire che noi tifosi siamo nel giusto nella nostra opera di autoassolvimento.
Dobbiamo anche noi metterci in discussione.
Ma ritengo che sia sempre il più privilegiato colui che ha l'obbligo di farsi per primo un esame di coscienza.