Abbiamo perso la Lazio.

Aperto da arkham, 17 Gen 2014, 15:53

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eaglemiky

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Lazionetter
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Citazione di: arkham il 24 Gen 2014, 15:54
Swè ma CHE TE DROGHI?  :pp

A parte che io non ce l'avevo con te in particolare, semmai con tutti noi, mi ci sono messo in mezzo pure io.
E poi le opinioni diverse non accettate ma dove te l'ho scritta 'sta cosa?
Inizio veramente a pensare di essere troppo contorto quando mi esprimo, se gioco picche e me rispondete a bastoni!

Grazia a te come a tutti gli altri del contrubuto, ci mancherebbe.
L'unico che poteva evitare di scrivere è Tarallo, che s'è complimentato per la profonda riflessione dopo de che noi abbiamo deciso di smettere di riflettere.  :D

Io ti capisco perche' e' un bel marasma ma e' anche vero che essendo molto tifosi lo soffriamo particolarmente.  Di contro si tratta sempre di minoranze anche se rumorose che rendono il clima pesante. Per quello che razionalemente sposto il tiro su cio' che si potrebbe o si sarebbe dovuto fare per coinvolgere di piu i tifosi neutri o silenziosi che invece rappresentano un maggioranza enorme. Coinvolgendo anche una piccola parte di questi spazzeresti in un istante molti dei problemi percepiti.

marcantonio

*
Lazionetter
* 8.260
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Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

fish_mark

Sostenitore
*****
Lazionetter
* 15.968
Registrato
Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
(...)
Forza Lazio.

No, tu non hai detto una marea di cazzate.
Quando passi per Roma, dopo aver regalato l'ennesima maglietta alla tua amata, prendi il taxi e digli "Fish_mark, prego": pranzo pagato.

La Lazio non ce l'ha tolta e non ce la toglie nessuno.

eaglemiky

*
Lazionetter
* 9.198
Registrato
Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

Grande standing ovation . Hai espresso molto di cio che provo anche io riguardo alla Lazialita'.

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triboLazio

*
Lazionetter
* 430
Registrato
Citazione di: fish_mark il 24 Gen 2014, 17:38
Quando passi per Roma, dopo aver regalato l'ennesima maglietta alla tua amata, prendi il taxi e digli "Fish_mark, prego": pranzo pagato.

occhio, te potrebbe regala' 'na maglietta pure a te.

irisheagle

*
Lazionetter
* 4.136
Registrato
Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.



:o :o :o :o :o :o :pp :pp :pp :pp :pp :s :s :s :s :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap: :clap:

GoodbyeStranger

*
Lazionetter
* 11.959
Registrato
Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

ti lovvo :pp

:ssl

bak

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Lazionetter
* 20.168
Registrato
Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

Grazie per queste perle.

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ralphmalph

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Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Non so che cosa dire che non suoni ovvio e non so dare piena espressione a quel che sento. Sono solo grato a chi ha aperto il topic perché ha dato voce a un malessere del vero tifoso laziale (non sto dando patenti né tanto meno riferendomi a qualcuno del forum in contrapposizione a nessun'altro) che si sta manifestando in questi ultimi tempi.

Alcuni di voi avranno notato la mia recente, prolungata assenza dal forum, dettata da vari motivi, sia personali sia inerenti proprio a questo malinconico e perplesso sentimento che pervade anche me: non riuscivo a scrivere, né in un senso né in un altro, non perché mi trovassi in polemica con qualcuno o perché non mi ritrovassi nel forum, anzi.

Non sapevo più che dire, pervaso da una strana sensazione di estraniamento, non riconoscendomi più in una squadra alla deriva: dalla dirigenza al tecnico ai giocatori ad alcuni tifosi - senza voler fare processi.

Viaggio molto. Ogni volta che tornavo a Roma e prendevo un taxi mi era purtroppo ancóra facile riconoscere l'appartenenza sportiva del conducente. È qualcosa che si sente a pelle, è un modo di essere. Non è qualcosa di etnico o classista, è quasi ontologico. Quando riconoscevo un laziale ci parlavo e raccoglievo le stesse sensazioni, la stesso perplesso sentimento d'orfanezza.

Forse è vera l'idea che Roma abbia due anime: una morta, palazzinara, affossata sotto le sue stesse rovine, apollinea ma immobile, quella del carro dei vincitori, quella di Ottaviano Augusto, che la storia riscritta dai vincitori ha dipinto come illuminato imperatore e un'attenta disamina rivela come il prototipo della Roma che non siamo: opportunista, vigliacco, traditore, calcolatore freddo, intessitore di trame, populista. L'altra anima, quella di Marcantonio, è dionisiaca, sfugge alle regole, vola lontano, mette le pezze sulle mura che crollano ai confini dell'impero, eppure è eccessiva, è passionale. Ed è minoritaria. È esclusa per una beffa del destino da un testamento cesareo che le appartiene a favore di chi è figlio della lupa, autoctono, autoreferenziale, immobile, ritorto sul proprio vomito (quellidellà) ed è negato a chi è figlio dell'aquila, a chi vola lontano, a chi l'idea di Roma non la vive nel quartiere, nella borgata e nemmeno nei piani alti della politica e della finanza, chi non la vive nel marketing e nei conti da far quadrare. A chi è romano senza esserlo, e lo è più degli altri. Il romano che non ha i colori di Roma, ha i colori di una civiltà precedente alla sua, perché sa di venire da lontano e di non essere né figlio né membro di un clan. SS Lazio, coi colori della Grecia.

"Allora sei fascista", mi sintetizzano ed etichettano sempre in Spagna e in Germania. E vaglielo a spiegare ogni volta, con lunghe disamine politico-storico-sociologiche, fino all'agotamiento, allo spossamento più totale. "Eppure siete famosi perché..."

Siamo famosi e stiamo sulle balle perché siamo l'anima della vera Roma.

Esagerato! Ma stai parlando di una squadra di calcio! No. Non parlo di calcio. E il calcio fattura milioni perché non è solo calcio. Non lo sarà mai.

E come collezionista feticista ho avuto la soddisfazione di regalare magliette della Lazio a persone a cui volevo bene, e anche a donne che ho amato. Mi sto mettendo in ridicolo, lo so, non importa. Kunderiano e surrealista, ho fatto l'amore con donne che hanno indossato la maglietta della Lazio per me. E hanno sentito che quella era la mia pelle addosso alla loro. Hanno sentito che io, laziale, sono e sarò il wandering Jew che non entra in nessuno schema razziale, culturale, politico; in nessun branco, casta, clan, famiglia.

Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Forse ho detto una marea di ca22ate, e mi vergogno anche un po' perché mi sento come un bambino ad esprimere queste cose e a mettermi allo scoperto in questo modo in uno spazio pubblico. Per una squadra di calcio. Che non è una squadra di calcio. È la Lazio. È Roma. Quella vera. Siamo noi. Saranno i nostri figli, carnali o morali. Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

il post più bello degli ultimi tempi insieme a quello di KG l'altroieri
Grande Marcantò, bentornato.
e non te ne riandà

AquilaLidense

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Citazione di: ralphmalph il 24 Gen 2014, 22:17

il post più bello degli ultimi tempi insieme a quello di KG l'altroieri
Grande Marcantò, bentornato.
e non te ne riandà

Sonni Boi

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ce sei mancato Marcantò. Vedi de non sparì n'altra volta!

iDresda

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Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29

Wir sterben nicht: nur die Zeit stirbt. Non moriremo mai: solo il tempo muore.

Forza Lazio.




Grazie, però ora fai in modo di rimanere
Sempre Forza Lazio

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gaspare

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Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29




Io, come voi, sono figlio di quell'aquila, di quel je ne sais quoi che i nostri fondatori hanno saputo miracolosamente carpire. La vera, occulta identità di Roma, non quella usurpata da quellidellà né da quellidecquà feisbucchizzati. Di quel qualcosa di misterioso, anarchicamente esistenziale, che non ha casa in nessun luogo ma ha paradossalmente radici molto profonde in un ombelico del mondo che è rappresentato da quella che - se la citazione è esatta - la Gazzetta etichetta come "la metà scarsa di Roma". Forse è anche meno della metà. Forse è anche meno della metà della metà. Un ombelico, in un corpo, occupa uno spazio molto ristretto. Eppure è il punto di confluenza delle forze più ataviche, viscerali, creative, vive ed autentiche di una persona, di un mondo, di un'identità.

La Lazio è questa. Questa Lazio non la perderemo mai. Questa Lazio è la nostra pelle, è il nostro DNA. Questa Lazio non ce la toglierà nessuno. Questa Lazio non la cancellerà mai nessuno. Passeranno presidenti, allenatori, giocatori, gruppi di tifosi. Non la cancellerà nessuno. E a tutti gli apollinei politicamente corretti omologatori delle menti tutto ciò dà tremendamente fastidio. Perché sanno che più ci affossano, più rimaniamo vivi. La Lazio non si cancella. La Lazio è.

Non moriremo mai: solo il tempo muore. E la Lazio è oltre il tempo, oltre il vomito di chi vorrebbe che sparisse o - peggio - che facesse qualcosa che non potrà succedere mai: perdere la sua identità. L'identità di quella pura libertà e nobiltà dello spirito che è incarnata dalle ale spiegate dell'aquila che campeggia sul nostro petto.

Forza Lazio.

Sempre!!

:cry: :cry:

robylele

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Achab77

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Marcantonio non ti conosco, ma voglio che tu sappia che persone come te onorano la Lazialità, schermano l'affluenza becera e logora dell'oltranzismo del tifoso 2.0, ridefiniscono quegli orizzonti forse troppo stretti o troppo sbiaditi ma che comunque abbiamo scelto di navigare e di condividere, nonostante tutto-tutti-Totti, quel modo di vivere/essere che pur se destinato ad un piccolo manipolo, fa tanto incazzare gli altri perché alla fine vorrebbero avere le nostre stesse origini, il nostro sangue che ci lega più di una famiglia genealogicamente alberata eppur distante.
Alla fiera dell'editoria, stavo chiacchierando con uno scrittore che ammiro molto; avevo appena fatto il mio esordio letterario, e avevo bevuto con lui svariati Martini. Un mio amico, editor di una casa editrice, parlando del più e del meno mi chiede: "ma sei Laziale? Perché allora non provi a scriverlo tu il libretto della nostra collana dedicata ai tifosi delle squadre di calcio?". Io esito, temporeggio, emozionato e spaventato allo stesso tempo.
Lo scrittore mi guarda e dice: "stai molto attento: la tradizione degli scrittori Laziali è di altissimo livello. Sono tutti degli ottimi scrittori, perché hanno guardato la sconfitta negli occhi un'infinità di volte, e quindi sanno di essere imbattibili, inaffondabili". Non so se sono pronto per scrivere QUEL libro, ma di sicuro ho provato l'emozione di venir riconosciuto non come razzista, non come burino, non come una battuta rancida e stantia di un tassista poco fine: sono stato messo in guardia da un bravo scrittore che non tifa e segue poco il calcio, perché il sangue che mi scorre nelle vene è lo stesso di tante persone piene di forza, coraggio e talento.

Marcantonio, io non ti conosco, ma sappi che ti voglio bene.

strike

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Bellissimo Marcantonio, resta con noi.
La Lazio non è nata per vincere e secondo me nemmeno per rappresentare Roma. Noi siamo minoranza. Siamo una parte di Roma, siamo l'ombelico che dice Marcantonio. E andiamo oltre Roma perché la Lazio è la libertà, il rifiuto dell'omologazione, anche per i laziali che con l'ombelico di Roma c'entrano meno di me, cresciuto a Prati. Perché la Lazio è una società romana ma anche un società mondiale come dice Kalle.
Siamo minoranza e siamo minoritari de cervello, quindi ci dividiamo in tante piccole minoranze su questo e quello, che si tratti di Lotito o anche della Curva Nord e dei nazisti in Curva Nord, che poi anche quelli sono un'altra minoranza di laziali. Tutto questo passa ma la Lazio resta. Se resta, perché abbiamo imparato che non è scontato, tante volte poteva andare diversamente. Quindi dobbiamo stare più attenti alla Lazio, difenderla sempre. E ricordarci, però, che una società mondiale ha le sue chances, importanti, nel calcio e nel mercato di oggi, come in parte ha dimostrato Cragnotti già 15 anni fa.

fabichan

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Bravo Marcantonio, bellissimo post.
L'applausone ci sta tutto.

Ro

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arkham

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Grazie a chi ha riuppato, avevo perso il bel post di Marcantonio.
Non credo di poter aggiungere altro a questo topic che per fortuna abbiamo scritto qualche giorno prima della vicenda Hernanes e custodisce riflessioni più lucide di quelle che avremmo saputo fare oggi, giorno in cui è impossibile prescindere dal giudizio nei confronti di chi dirige la SS Lazio.
Oggi è stato un giorno orrendo, ma è stato bello leggere tanti amici, reali o virtuali.
Forse aveva ragione chi diceva che la Lazio non ce la leveranno mai.
Avanti Lazio!
Avanti Lazio!
Avanti Lazio!


PabloHoney

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Citazione di: marcantonio il 24 Gen 2014, 17:29
Forza Lazio.

Grazie... letto oggi
e meno male, serviva proprio :)

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