Al mondo non esiste tifoseria, anche la più infernale e fedele, che non abbia deciso una volta di contestare e/o lasciare vuoto lo stadio. "Tu non sarai mai sola" non è un precetto uguale a se stesso nell'eternità, è un'attitudine, uno stile, un modo di vivere la Lazio. E che nei momenti topici - ad esempio quelli citati da Pikkio -si esprime come un corpo solo allo stadio, sugli spalti. Ma non è sempre così. Nella leggendaria (per me) Lazio-Varese del 1982, la nostra amata fu lasciata sola con i suoi 5 mila fedelissimi, e per un tempo posammo le chiappe in serie C. Fu tradimento? Non credo. Nonostante la situazione devastata, 5 mila persone spinsero, per quel che potevano fare, D'Amico alla tripletta.
La fedeltà se non si incarna in una pratica materiale, personalmente, resta un concetto reazionario. Mi sta un po' sulle palle, come quello di coerenza. Ho vissuto momenti che la Lazio l'avrei voluta abbandonare nonostante una vittoria europea storica, di cui ricorrono in questi giorni i 15 anni. Quella sera, insieme a un amico di mille battaglie, uscimmo come tutti a festeggiare con le nostre bandiere. Dopo mezz'ora di adunanza condita con i goliardici cori molto in voga all'epoca ("siete della Roma, siete della Roma, una squadra di negri..."), all'altezza del Sistina, decidemmo di tornare a casa a vomitare. Meglio festeggiare da soli che identificarmi con quella Lazio (che faceva finta di non aver uno schifo dentro casa) e quei laziali.
Poi succede che arriva il 12 maggio e 65 mila persone, senza alcuna relazione con la competizione agonistica, con l'europa league o la qualificazione alla coppa italia senza preliminari (wow!), si regalano una serata emozionante. Per quale scopo? Ritrovarsi, riscoprirsi innamorati di una passione, riconoscersi in tanti giocatori che hanno rappresentato, tutti, un pezzetto di questa storia.
E' una contraddizione, una follia, un controsenso? Certo. Ma questa è l'essenza del calcio. Anzi, meglio: secondo me, questa è l'attitudine di fondo dei laziali.
Se il 31 gennaio qualcuno decide di umiliare l'intelligenza e la fede dei tifosi, la ciliegina di una gestione arrogante e sconclusionata, si assume la responsabilità di ledere il terreno comune dell'appartenenza. Per questa ragione si afferma una disaffezione di massa che va oltre la contingenza immediata, consapevoli però che la prima responsabilità dei risultati ricade sempre su tecnico e giocatori (basta vedere il deserto di Cagliari e altra sterminata letteratura mondiale sul tema).
Possiamo anche dire che bastavano tre punti per l'E.L., come bastava un po' di buon senso per non scatenare le ire di una intera tifoseria appesa alle bugie e alle strategie fallimentari.
Forse però, oltre alle recriminazioni, occorre farsi le domande giuste: come si rende praticabile e non estemporaneo lo stadio del 12 maggio?