Qualche pagina fa sembravamo sul punto di immaginare un passo in avanti comune che, all'ingrosso, diceva: occorre tenere insieme il sostegno alla Lazio e la contestazione alla gestione di Lotito perché di basso cabotaggio sportivo, economico, sentimentale.
Dentro questa via stretta, ognuno ci metteva le sue motivazioni. Da quelle più "religiose" (perdonatemi, non so come altro definirle), che affermano il primato della partecipazione e del sostegno alla squadra pure se intorno, accanto, sopra e sotto ci fosse l'inferno; a quelle più "variabili", parlo per me, come quando tanti anni fa decisi prima di lasciare (definitivamente o quasi) la Nord e poi lo stadio (per alcuni anni) perché schifato dal terzo reich che cresceva intorno a me con tanta goliardia.
Attenzione, entrambe le posizioni dovrebbero riconoscere un rapporto reciproco: il fatto che l'amore per la Lazio, la maglia, i colori è comune, non è soggetto ad alcuna gerarchia tra di noi. Si tratta di dare dignità a modi e forme più o meno condivisibile ma sempre legittime.
Da quel tentativo di guardare avanti insieme, nel giro di pochi post, siamo tornati al solito braccio di ferro, tra chi vuole affermare questioni di prinicipio, usare il passato come una clava e, soprattutto, tornare a dare una lettura semplicistica e banale non tanto della diserzione di 5 partite, ma anche delle ragioni della protesta.
Lo dico con affetto e stima per tutti: se ci vogliamo convincere a insulti sul fatto che esiste un solo modo per coltivare la lazialità (corroborata dai racconti da bambino, i colori, le maglie, le partite in cortile, la sofferenza a scuola, l'orgoglio, cazzi e mazzi) significa non avere a cuore l'habitat di questo spazio, ma soltanto l'ipertrofia del proprio ego. Come quando si dice (o si allude) a tizio che non andando allo stadio ha abbandonato la Lazio o a caio che entrando è un servo di Lotito.
Nel mio amore materiale per la Lazio, per come sono cresciuto e mi sono formato, la figura di Lotito, la sua presenza, le sue parole, la sua gestione - ripeto, tecnica/economica/sentimentale - mi provocano una sofferenza enorme, mi rovinano l'umore, minano la voglia di andare allo stadio. Provocano cattivi pensieri, incrina l'identificazione "naturale" con una società che è anche la mia società.
Questo sentimento mi ha fatto interrogare sulle forme di protesta radicali, che alla fine hanno prodotto anche uno sciopero, nonostante io non sia stato né un promotore né un sostenitore. Fino a quel momento la protesta aveva preso la forma di lazio-sassuolo, dei cori (anche pesanti, ma per cortesia lasciamo fuori il moralismo e ricordiamoci cosa diciamo ai romanisti durante il derby), degli striscioni. L'ennesima provocazione della società e della questura ha dato il destro al salto della contestazione.
Ma in quella scelta dolorosissima - fatta da gente che di solito segue la Lazio pure al polo nord, a differenza di me e di quasi tutti quelli che sono qui dentro - ho sentito un'empatia naturale sia per gli "scioperanti" sia per quelli che hanno continuato ad andare allo stadio. Proprio perché riconoscevo la lazialità ad entrambe le scelte.
Ci vogliamo mettere in connessione con questo baratro sentimentale, ascoltare gli umori e le ragioni di un'espressione di malessere così diffusa o la liquidiamo come una "mutazione antropologica" che rischia di distruggere la Lazio? Il 12 maggio o il 26 maggio (come diceva giustamente Gesulio) dicono proprio l'opposto: che c'è un amore gigantesco, umiliato, sofferente che chiede solo occasioni per esprimersi. Qualcuno dice: né Lotito ne Belzebù possono intaccare questo amore, a partire dalla presenza allo stadio. Bene, da paura, giusto e legittimo. Il problema è che a livello "di massa" non è così. Che vogliamo fare? Rinfacciarci il comportamento che riteniamo più tifoso, più laziale, "più meglio" dell'altro?
Allora torno a FD: dobbiamo fare un passo avanti comune, sia il sottoscritto che non crede all'amore "religioso" sia Pentiux (scusa se ti tiro in ballo, solo per capirci) che vive la sua fede in un'altra maniera. Il punto di incontro è trovare la combinazione contestuale del superare la diserzione garantendo il sostegno alla squadra e di una protesta che punti a cambiare la gestione della società (che, pensate un po', potrebbe anche non coincidere con la cacciata di Lotito, nonostante il mio profondo scetticismo).
Credo che ad oggi, anno domini 2014, nella città di Roma che ha dato i natali alla ss Lazio 1900, per i tifosi del 12 maggio del 26 maggio e di ogni domenica è doveroso tenere insieme questi obiettivi. Come si fa dovrebbe essere il cruccio e l'oggetto del confronto, anche qui dentro.
(ps: i paragoni con altre storie, tifoserie, società possono essere stimoli utili alla riflessione, indicare suggestioni ma difficilmente sono modelli esportabili. Troppo semplice per quelli del MU contestare la società in quel modo, troppo facile surfare periodi di "crisi" che per noi sarebbero vette splendide. Anche perché un personaggio alla Lotito, per fortuna degli altri tifosi, non esiste proprio nel calcio continentale.)