Sua maestà Sergio il Sommo, il Compassionevole, il Misericordioso, ci ha deliziato con questa intervista da cui estraggo alcuni punti significativi:
- si lamenta la mancanza di uno spirito comune, necessario "momenti complicati" dove "far emergere questo senso di appartenenza";
- esprime la speranza che l'attuale presidente pro tempore "comprenda fino in fondo i desideri e le necessità del pubblico biancocereste";
- afferma che "È indispensabile che la società e la tifoseria sappiano ritrovare uno spirito comune";
- delude le aspettative dei suoi seguaci quando perentoriamente risponde all'intervistatore che la Lazio "è un capitolo chiuso", anche se "resta nel mio cuore di tifoso".
- ricorda che gestire la Lazio durante il suo alto magistero era "un'impresa faticosa. In quegli anni dovevi affrontare battaglie durissime per riuscire a importi in Italia contro la Juventus di Giraudo e Moggi e il Milan di Berlusconi. C'era una concorrenza che non ti lasciava niente", della serie quella di oggi è robetta;
- rammenta l'operazione Boksic dal Marsiglia, dove Tapie sulla sua barca e dopo una trattativa lunga, faticosa, fatta di accelerazioni e frenate, alla fine siamo riuscì a portare il croato, portando a casa il colpo che mi ha dato maggiori soddisfazioni (Oggi invece tra accelerazioni e frenate stiamo sempre sul posto)
- inoltre, sempre su Boksic, ci ricorda che lo andò a riprendere nella Juventus, mentre oggi siamo costretti a riprenderci Makinwa;
- saggiamente non esprime giudizi sull'attuale mercato della Lazio, che spera (soltanto retoricamente) all'altezza delle sue tradizioni, ma dà una piccola e significativa stilettata quando ci dice che 18 milioni non si rifiutano, e lo stesso fa con l'ATAC su Captain Future: piccole pillole di calciomercato, fornite da chi se ne intende;
- legge fondamentale del calciomercato applicata alla società in autofinanziamento "Vendere i giocatori migliori a prezzi altissimi, sfruttando quella stagione straordinaria della Lazio, e puntare su gente nuova, brava e ambiziosa"
- da ultimo, la serena ammissione di un grande errore nel non aver seguito il geniale consiglio del profeta Sven che vanamente lo implorò dicendogli "Caro presidente, squadra che vince si cambia": egli purtroppo non lo seguì.