Reja e le dimissioni, rottura annunciata ma l'orgoglio può fare miracoli
Il tecnico non ha intenzione di fare da capro espiatorio ma poteva dirlo martedì, dopo l'acceso confronto con Lotito
di Vincenzo Cerracchio
La Lazio si è rotta: lo avevamo già scritto due giorni fa. Squassata al suo interno da una dirigenza in paradossale polemica con l'allenatore. Colui che stava tenendo la squadra su un rendimento - visti infortuni ricorrenti e buchi nella rosa - al di sopra delle possibilità. Reja è un friulano tosto, è il decano degli allenatori di A, e alla sua età non deve avere più molta voglia di fare da capro espiatorio. Arrivederci e grazie: poteva dirlo martedì, dopo l'acceso confronto con Lotito.
Ci ha invece dormito su e ha scelto una forma, il fax, e una tempistica, tre ore dalla partenza per Madrid, senz'altro discutibili, per dare le dimissioni. Respinte, per quanto può valere. Rinviate - al culmine di un'altra discussione - probabilmente a domani, al rientro dalla partita di Europa League. La società lascia filtrare verità allarmanti: Biava e Stankevicius pronti a giocare a Palermo ed esclusi dal tecnico per provocazione, per ripicca dopo il mercato di indebolimento di gennaio. Quando si arriva a questo, addirittura a un confronto all'americana con lo staff medico, la frittata è già fatta. All'autolesionismo di Reja francamente è difficile credere: molto più logico pensare che l'allenatore sia stato costretto a distribuire le forze ed evitare ricadute, a non rischiare fisicamente giocatori tutt'altro che giovani ma indispensabili visto il vuoto che c'è dietro. La Lazio è ancora forte negli undici, ma è la più debole tra le grandi di stagione quanto a seconde linee. E lo sciagurato mercato invernale ha acuito questo gap. Tanto da indurre Reja a invocare "un monumento" al cuore e allo spirito dei suoi ragazzi, degli irrinunciabili. Del resto, non ci fosse stato Klose a risolvere i problemi in zona gol, oggi parleremmo di una squadra di mezza classifica.
Sarebbe più importante sapere cosa vuol fare veramente Lotito della Lazio. Al di là delle diatribe con il Coni, delle vicende giudiziarie, delle battaglie di potere, dello stadio invocato. Un presidente ambizioso non resta senza sponsor (al limite si accontenta e ci paga una parte del debito con il Fisco), non tratta solo con una o due società partner sul mercato, non porta all'estremo trattative su rinforzi importanti, non può non rendersi conto di quali pedine siano prioritarie in un quadro tattico. Un presidente ambizioso - s'intende - non per se stesso ma per il club che gestisce e rappresenta. Per questo il mercato mancato resta il peccato originale, il punto di rottura: Lazio su tre fronti a dicembre; ora, salvo miracoli stasera, ne resta uno, il più difficile per una squadra ridimensionata. Che succederà? Reja mollerà davvero? Lo sostituirà eventualmente un giovane o un disoccupato? L'unica certezza è che, a fronte di una società isolata e di un tecnico esacerbato, restano giocatori e tifosi: quelli che vanno in campo con una maglia gloriosa e quelli che, attorno a loro, non mollano mai. Nonostante la voglia di scappare da una realtà sempre lontana dai sogni. A volte l'orgoglio riesce a battere la rassegnazione.