LA LAZIO, IL NASDAQ E IL NODO IRRISOLTO DEL CALCIO EUROPEO (E GRAZIE, ENRICO)
La presenza della Lazio al Nasdaq di New York ha fatto discutere. Per qualcuno è stata solo una passerella simbolica, per altri un segnale preciso. La verità è che l'episodio racconta molto più di quanto sembri: racconta il rapporto complicato tra calcio europeo e finanza globale, e apre interrogativi che riguardano non solo la Lazio, ma l'intero sistema.
La Lazio, va ricordato, è quotata in Borsa Italiana dal 1998, prima società calcistica italiana a farlo. Eppure il titolo resta poco liquido e marginale per i grandi investitori. Il motivo non è misterioso: gli investitori americani non amano mettere capitali in società dove la governance è bloccata, dove il controllo è totale e dove non esiste una reale scalabilità del progetto industriale.
Nel caso della Lazio, il controllo è saldo e concentrato. Questo rende la società di fatto non scalabile, un concetto chiave per chi ragiona in termini di mercati finanziari.
Non è un giudizio, è un dato tecnico: senza apertura del capitale, senza diluizione, senza spazio per nuovi soci con peso reale, il titolo non può diventare attrattivo per la finanza internazionale.
Ed è difficile pensare che Claudio Lotito non lo sappia.
Anzi, è proprio qui che l'episodio Nasdaq assume un significato più interessante, soprattutto per quella parte di tifoseria che da tempo chiede l'ingresso di nuovi investitori.
Perché se davvero la Lazio volesse un domani guardare a una quotazione su un mercato come il Nasdaq, le strade sarebbero obbligate: o mettere sul mercato parte delle azioni oggi in mano al socio di controllo, oppure trovare finanziatori forti disposti a entrare tramite un grande aumento di capitale, rafforzando la società e diluendo inevitabilmente il peso dell'attuale proprietà.
In entrambi i casi, sarebbe un passaggio strutturale, non cosmetico.
Il confronto con lo sport americano aiuta a capire meglio. NBA, NFL e MLB funzionano perché sono sistemi chiusi, senza retrocessioni, con ricavi condivisi e regole pensate per garantire stabilità. Le squadre sono franchigie, asset di intrattenimento, aziende progettate per crescere anche senza vincere. È per questo che piacciono alla finanza.
Il calcio europeo, invece, resta legato a un modello opposto: solo chi accede alla Champions League incassa davvero, mentre gli altri restano esposti a una precarietà strutturale. Un sistema che, così com'è, rischia nel tempo di perdere interesse economico, soprattutto fuori dall'Europa.
A rendere il quadro ancora più distorto c'è il ruolo dominante delle pay-tv. Oggi il sistema è di fatto sostenuto quasi esclusivamente dai diritti televisivi, e questo genera una pressione evidente: tenere economicamente a galla solo i club con le tifoserie più grandi, quelli in grado di garantire abbonamenti, audience e numeri. Gli altri sopravvivono, ma faticano a progettare.
In questo contesto si inserisce il tema dello stadio Flaminio e la collaborazione con Legends, colosso americano specializzato nella valorizzazione di impianti sportivi. Non si tratta solo di architettura o restyling, ma di un cambio di mentalità: stadi vissuti tutto l'anno, hospitality, eventi, naming rights, ricavi indipendenti dal risultato della domenica. È esattamente il linguaggio che gli investitori americani capiscono.
La giornata al Nasdaq, quindi, non è stata un'IPO (Initial Public Offering, cioè l'offerta pubblica iniziale con cui una società si quota per la prima volta in Borsa) né una quotazione imminente.
È stata piuttosto una dichiarazione d'intenti, un modo per dire che la Lazio sta guardando a un modello diverso, più industriale, più internazionale. Resta da capire se il sistema italiano ed europeo sarà disposto ad accompagnare davvero questo percorso.
Perché il nodo è sempre lo stesso: la finanza cerca stabilità e governance aperta, il calcio europeo continua a vivere di imprevedibilità e rendite televisive. Mettere d'accordo questi due mondi non è facile. Ma è una partita che, prima o poi, andrà giocata. Fuori dal campo.
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C'è infine un dettaglio che merita di essere ricordato. A rappresentare la Lazio al Nasdaq non è stato Claudio Lotito, ma suo figlio Enrico, scelta che ha acceso una polemica dura e spesso sgradevole sui social.
Enrico Lotito è da tempo oggetto di scherno e di accuse ingiuste, alimentate da una comunicazione aggressiva che troppo spesso dimentica la misura e l'umanità. È evidente che si tratti di un ragazzo fragile, con difficoltà che emergono anche nei contesti pubblici, come è accaduto al momento del suono della campanella, quando istintivamente si è coperto le orecchie di fronte al rumore e agli applausi.
Senza etichette, senza diagnosi, senza invadere uno spazio che resta personale, è però altrettanto evidente la forza di volontà con cui Enrico Lotito sta cercando di costruirsi un percorso professionale, affrontando limiti che altri non devono nemmeno considerare e provando, con fatica e determinazione, ad affermarsi nel proprio lavoro.
E qui si innesta una riflessione che va oltre il singolo episodio.
La Lazio ama ricordare – giustamente – di essere Ente Morale fin dal 1921 (unica società sportiva al mondo), riconoscimento che accompagna la sua storia da oltre un secolo e che dovrebbe rappresentare un tratto distintivo non solo istituzionale, ma anche culturale. Un titolo che richiama valori come «rispetto», «inclusione», «responsabilità sociale».
Valori che però, troppo spesso, sembrano smarrirsi proprio nelle reazioni di una parte della tifoseria laziale.
Da padre, prima ancora che da tifoso, e da uomo prima ancora che da commentatore, non posso che dirlo con chiarezza: sono stato orgoglioso che la Lazio sia stata rappresentata da Enrico Lotito.
Perché se essere Ente Morale ha ancora un senso, questo passa anche - e forse soprattutto - dal modo in cui si guarda alle fragilità, dal rispetto per chi affronta difficoltà invisibili e dalla capacità di riconoscere il coraggio silenzioso di chi non si tira indietro.
Il Nasdaq ha messo sotto i riflettori una domanda più semplice e più scomoda: quanto siamo disposti, davvero, a essere all'altezza dei valori che diciamo di rappresentare?
"Laziali bella gente..", un tempo si diceva così e tutti ne eravamo orgogliosi.
Fabio Polli
Dal web.
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