Possino acciaccatte Adler Nest!!!
Tu provochi sapendo di provocare!
Di gesti da Laziale ne abbiamo fatti e visti fare tanti ma forse il riassunto di tutto questo sta in quell'incredibile 14 maggio 2000.
Ne abbiamo parlato tante volte, raccontato ancora di più, ma ogni volta è come se fosse la prima ed il brivido lungo la schiena resta sempre lo stesso.
Siccome a molti di voi l'ho già "raccontato" cercherò di andare un po' più nel dettaglio per non ripetermi.
E, vi avverto, non sarò breve.
Per me quel giorno è iniziato un anno prima, in quel Lazio-Parma all'ultima giornata.
La smania di esserci pur sapendo perfettamente come sarebbe andata a finire.
L'impazienza di rivivere lo stadio come una volta che ti porta a trascinare fuori di casa alle 11:30 i poveri malcapitati che avevano deciso di vivere quel giorno con te.
La foto di Papà in tasca, presa tra le mani al gol di Nakata ed alzata al cielo per fargli vedere lo spettacolo dello stadio di quel giorno.
L'amarezza a fine partita che era quasi un rassegnato rendersi conto della nostra storia che si ripeteva, ciclica e regolare come una mestruazione.
Tutto è iniziato da lì, il cervello ed il cuore erano fermi a quel fischio finale ed hanno continuato ad aspettare fino a quel Juve-Parma.
Dopo la zozzata di De Santis qualcosa si è rotto.
Anche l'anno precedente la "cavalcata" del Milan aveva molti punti oscuri (l'1-5 di Udine, il secondo tempo di Juve-Milan, Treossi) ma non si era arrivati ad un punto tale ed esserci in Lazio-Parma era una festa vera, a prescindere dal risultato.
Con la Reggina la voglia di festeggiare non c'era e quindi ho accontentato la mia metà e sono andato a casa al mare, in mezzo ad un nugolo di difettosi.
La partita mi ero anche dimenticato di ascoltarla.
Ho acceso la radio a partita già iniziata e con la Lazio già in vantaggio.
Ogni tanto dicevo "però se la Juve continua a pareggiare andiamo allo spareggio", ma sapevo benissimo che era solo una questione di tempo.
Spengo la radio e non ci penso più.
Ogni tanto il pensiero va alla partita ma quando riaccendo la radio mi accorgo che le due partite ancora non iniziano per il nubifragio benedetto.
Comincio ad innervosirmi, ma non perché spero in qualcosa ma semplicemente perché voglio togliermi il pensiero prima possibile.
A Roma si gioca e si chiude il discorso.
Quando a Perugia ricominciano mi rilasso e mi allontano dalla radio.
Quando ripasso da quelle parti il segnale se ne è andato.
Giro la manopola e da quel poco che riesco a sentire si capisce che è successo qualcosa.
Penso ad un rigore contestato per la Juve, ad gol in fuorigioco, perché sento discutere con animosità ma con un tono sconcertato.
Mia moglie e mio cognato cominciano a dire, per portare sfiga, "ha segnato il Perugia".
Io mi incaxxo e intimo il silenzio assoluto.
Loro ridono e cominciano a sfottere, "guardali come ci credono".
Dalla loro logica mononeuronica crederci, essere convinti che per diritto divino quello scudetto arriverà è normale.
Loro così di scudetti ne hanno vinti una ventina, nella loro testa è sempre successo così.
Non ci arrivano a concepire che per noi Laziali era normale non credere a quello scudetto, anzi era fisiologico perderlo così dopo averlo tenuto tra le mani fino all'ultimo minuto ed oltre.
Corro fuori di casa, entro in macchina, accendo la radio e con l'unico barlume di lucidità che mi rimane riesco a sintonizzarmi su Radio Incontro.
Parlano sti maledetti, continuano a parlare con un tono affranto, distrutto, letteralmente terrorizzato.
Parlano dei tifosi juventini sconcertati ed allora mi convinco che la Juve abbia sbagliato un rigore.
Poi a qualcuno viene in mente di aggiornare il risultato: Perugia-Juve 1-0 Calori.
Tutte le mia funzioni si congelano, non riesco nemmeno a respirare.
Gli occhi si guardano intorno per capire se è un sogno, cerco uno sguardo, un cenno che mi dica che è tutto vero.
Ma sono solo, splendidamente solo, come un'aquila nel cielo.
Dovrei essere entusiasta, frenetico, eccitato.
Niente di tutto questo.
Sono semplicemente e completamente terrorizzato!!!
Io ero già rassegnato a perdere, ma così no, così è cattiveria!
Esco dalla macchina come uno zombie, rientro in casa, prendo una sedia e la piazzo al centro del giardino.
La radiocronaca arriva abbastanza nitida ma non abbastanza per coprire la mia tachicardia.
Mia moglie e simili cercano di provocarmi: "dai che ce l'avete fatta".
Lo dicono di continuo ma io non muovo un muscolo.
Sono paralizzato su quella sedia, sotto il sole caldo di maggio (faceva caldo quel giorno), bianco e freddo come un cencio.
Quando arriva il fischio finale sono ormai al limite della sopravvivenza perché ho perso l'utilizzo involontario del diaframma e respiro solo quando mi ricordo.
A quel punto esplodo.
Lancio un urlo che non un "gool" , un "campioniiii" o qualcosa di simile.
E' un urlo lancinante ed informe, di dolore, come se qualcuno mi avesse strappato le dita con una tenaglia.
E' tutto il dolore tenuto dentro per anni e mai esternato per l'orgoglio che ci contraddistingue.
Mentre urlo corro (o mentre corro urlo), all'impazzata, senza meta.
Salto il cancelletto d'entrata (minimo un metro e mezzo) stile olio Cuore per due volte, andata e ritorno.
Ritorno davanti alla "mia" sedia e mi fermo... e finalmente respiro.
Intorno i difettosi già cominciano a cercare di svicolare, cambiano discorso, cercano una mia reazione.
La reazione c'è ma non è quella che aspettano.
Cado sulle ginocchia, mi metto le mani in faccia e con un filo di voce chiamo "Papà...", e comincio a piangere singhiozzando come un bambino.
Con gli occhi chiusi ed il viso grondante di lacrime racchiuso tra le mani mi passano davanti agli occhi calcioscommesse, retrocessioni, umiliazioni, sofferenze, il gol di Giuliano 5 minuti dopo la frase di Papà "dai che ce la facciamo".
Dovrei essere felice ed entusiasta e sbattere la mia gioia in faccia a chiunque mi capiti a tiro.
Quello che sento invece è dolore, una fitta al petto, un groppo sullo stomaco fermo lì da anni che aspettava solo di uscire.
E' un po' come mister Coffy (o come cacchio si scrive) nel Miglio Verde che per togliere il male prima lo manda giù per poi sputarlo fuori.
Intorno a me cominciano a preoccuparsi.
Mia moglie mi prende letteralmente in braccio e mi tira su.
Qualcuno mi da un bicchiere d'acqua, qualcun altro l'acqua me la tira in faccia.
Continuo a piangere ma almeno ricomincio a respirare, ma non ci credo ancora e continuo a gironzolare su e giù per il giardino.
Squilla il telefonino, è mia madre.
Non gliene mai fregata una mazza del pallone, ci ha sempre assecondato solo per partecipare.
Inizia una frase, io la interrompo... "Papà...".
Lei scoppia a piangere, io ricomincio come e più di prima.
Mia moglie prende il telefono, saluta quel che era rimasto di mia madre al telefono ed attacca.
Neanche un minuto ed un nuovo squillo.
E' Massimo, il nostro testimone di nozze, un prototipo di Laziale tipo, forgiato nella sofferenza.
Anche lui aveva disertato, era ad Anagni, alla comunione del nipote (juventino) ed in mezzo a tanti Laziali.
Forse per questo lo sento euforico, urla, canta.
Io singhiozzo, lui grida "Maurì!!!!".
Io continuo a singhiozzare e non riesco a rispondergli e lui ci riprova, "Maurì!", ma il tono è più basso.
Il terzo "Maurì" non riesce nemmeno a cominciarlo e si mette a singhiozzare con me.
Dopo qualche minuto a singhiozzare insieme senza dirci niente di intelligibile ad un normale essere umano attacchiamo.
Più tardi mi racconterà che tutta la folla ubriaca di gioia (e non solo) che aveva intorno si era ammutolita intorno a lui che singhiozzava al telefono ed i loro canti si erano trasformati in lacrime.
Anche loro avevano capito.
Era successo, era successo veramente!!!
Vado avanti così più o meno fino alle 20:00.
Poi esco, incontro Massimo, ci facciamo un giro in centro, un brindisi e poi a casa perché le gambe non ci reggevano.
Erano quasi trentanni che tenevamo la schiena dritta per forza contro le bastonate del destino.
Adesso era arrivato i momento di riposare... e ritornare bambini, come nessun Laziale della mia generazione è mai stato veramente.