La felicità e il seme dell'odio...
di Stefano Greco
Ho aspettato a scrivere, ho metabolizzato, perché sto per scrivere cose pesanti ma che se scritte a caldo sarebbero state sicuramente ancora più pesanti. Perché ieri sera ho pianto, ho pianto come un bambino a cui hai rubato il giocattolo più prezioso. E nel rivederlo, nel sentirlo nuovamente mio per una sera, ho capito una cosa: ti odio! Io che in vita mia non ho odiato nessuno (perché sono cresciuto con valori veri che rispetto nella vita reale, non a chiacchiere come fai tu...), che non sono riusciti a odiare neanche quelli (e sono stati tanti...) che mi hanno fatto del male ferendomi, diffamandomi, insultandomi e minacciandomi in questi ultimi dieci anni, ieri sera ho avuto la certezza che ti odierò per sempre, anche quando sarai solo uno sgradevole ricordo.
Ti odio perché in una delle notti più belle della mia vita, probabilmente la più bella in assoluto perché non c'era nessun trofeo in palio ma solo sentimenti in gioco, ho visto negli occhi di mio figlio quello stupore che avevo io le prime volte allo stadio con mio padre. Noi, al contrario dei nostri figli, uno stadio così lo avevamo visto tante volte, in tutte le occasioni importanti: da quando a Lazio-Vicenza c'era in palio la sopravvivenza vera, a quando in palio c'erano i trofei, come la notte di Lazio-Milan nel 1998. Loro, invece, uno stadio così non lo avevano mai visto! E non rivedranno mai più fino a quando ci sarai tu. Per questo, in una notte di gioia e di lacrime di commozione, io sono tornato a casa sconfitto, perché oggi tu hai ancora stretto tra le mani il MIO e il NOSTRO giocattolo più caro.
Sono tornato a casa sconfitto, piegato dal peso dei ricordi che oggi mi hanno assalito minuto dopo minuto, vedendo in campo una squadra che ancora oggi potrebbe dire la sua. I tocchi di classe di mancini, la furia agonistica di Mihajlovic, la potenza e la rabbia di Stankovic, la classe immensa del difensore più forte nella storia della Lazio e forse del calcio italiano: Alessandro Nesta. Una squadra che a distanza di quasi 15 anni gioca ancora a memoria, un concentrato di campioni (e mancavano Simeone e Veron) che non vedremo mai più indossare quella maglia biancoceleste portata ora da parametri zero o peones del calcio.
Sono tornato a casa sconfitto, pensando a tutte quelle maglie indossate dalla gente, dalle migliaia di sciarpe e bandiere che ieri la gente sventolava con fierezza all'Olimpico e che questa mattina sono tornate nei cassetti o in bauli dove si conservano le cose preziose in cui erano chiuse da tempo. Come mi ha scritto un amico ieri sera e come ci siamo detti con gli amici di tutta una vita guardando quello spettacolo, sono tornato a casa con la stessa sensazione che si prova quando sei costretto ad allontanarti da casa tua e dalla tua famiglia, senza sapere quando potrai tornare e riabbracciare tutti. Ecco cosa ho provato, oltre l'orgoglio di vedere negli occhi di mio figlio lo stupore e la felicità di essere laziale, che non gli avevo mai visto in tutti questi anni di stadio. E' sempre stato orgoglioso della sua fede, fregandosene come il padre e come tutti di non essere maggioranza e di non far parte del branco, ma anche questa mattina gli ho letto negli occhi la felicità quando mi ha abbracciato e prima di andare a scuola mi ha detto: "Papà, grazie per ieri sera, è stato bellissimo". Come io, a distanza di 47 anni da quella prima volta, ringrazio ancora mio nonno Tullio per aver portato il "seme della Lazialità" dentro casa Greco, da quando ha messo piede nella Lazio come revisore dei conti e amico personale del generale Vaccaro. Insieme al mio prozio Aldo Fraschetti, compagno di squadra di Fulvio Bernardini in quella Lazio che arrivò a giocarsi una finale scudetto con il Genoa. E come io ancora oggi ringrazio mio padre per avermi passato il testimone. Perché DI PADRE IN FIGLIO per noi non è un semplice slogan, ma una tradizione che portiamo avanti da 114 anni.
Ma tu queste cose non le puoi capire, perché sei sordo al punto da non sentire più di 65.000 persone che ti esprimono tutto il loro odio e ti invitano a liberare la Lazio E sei anche vile, perché ieri sera non ti sei presentato e non esistono scuse di motivi di sicurezza che tengano, perché come hai sfidato un popolo intero il giorno di Lazio-Sassuolo facendoti proteggere da tutta la Digos di Roma, potevi presentarti ieri. Ma non l'hai fatto, perché sapevi di finire nel dimenticatoio di quella serata e che tutti avrebbero fatto il confronti tra i fischi e gli insulti (che hai comunque ricevuto da assente) che sono scattati quando sugli schermi sei apparso in un filmato in cui abbracciavi Delio Rossi e l'accoglienza ricevuta da Sergio Cragnotti. Sei vile, perché ora si può dire apertamente che in questi mesi hai fatto di tutto per rovinare questa serata. Hai provato in tutti i modi bussando alle porte del CONI e della CONI Servizi a far togliere l'Olimpico a Wilson e compagni, dopo che mesi prima ti avevano offerto di organizzarla insieme ma avevi rifiutato. Perché pensavi che sarebbe stato un flop e ti sei svegliato solo quando la gente ha comprato quasi 30.000 biglietti in un paio di giorni ad un mese e mezzo dall'evento. Ma era troppo tardi per tornare indietro, quindi hai controllato tutte le carte per vedere se Wilson e compagni avevano fatto le cose per bene, rispettando i parametri del contratto che a nome della Lazio hai firmato con il CONI per la gestione dell'Olimpico. Hai chiesto addirittura se avevano pagato l'affitto dello stadio o se gli era stato concesso a titolo gratuito, come se quello stadio fosse roba tua e non del Coni. Avevano fatto un'assicurazione da 2 milioni di euro per l'evento, ma tu hai preteso che la facessero da 3 milioni di euro come la fa la Lazio, togliendo quindi altri soldi da un incasso destinato ad andare in beneficenza. Hai promesso di mandare tre giocatori, li hai mandati ma non li hai fatti scendere in campo, nonostante la squadra domenica non si giochi nulla. Perché sei piccolo e gretto come Ebenezer Scrooge, il tirchio per eccellenza odiato da tutti.
Noi laziali sappiamo perdonare, sappiamo litigare ma anche riappacificarci con i nostri eroi. E' successo tante volte con Chinaglia, in un amore fatto di gioie e di tradimenti. E' successo con chi ha sbagliato cadendo nella trappola del Calcioscommesse, come Wilson e Giordano. E' successo con Beppe Signori, che sta vivendo un momento di grandissima difficoltà personale e che ieri sera è stato stretto in un abbraccio quasi soffocante. E' successo con Cragnotti, che ci ha definito "clienti" ferendoci quando era potente, ma che abbiamo perdonato e amato veramente quando è caduto in disgrazia. E ieri è stato portato in trionfo, al grido di "Cragnotti comprate Lotito". E' successo con Alessandro Nesta, che dopo anni di gelo ieri è stato riaccolto finalmente come un eroe, come l'ultimo vero capitano nella storia della Lazio, sanando dopo anni di incomprensioni una ferita che faceva male sia a lui che a tutti noi. E sarebbe successo anche con Paolo Di Canio. Perché noi siamo fatti così: amiamo alla follia al punto da odiare chi pensiamo possa aver tradito quell'amore, ma poi perdoniamo con la stessa rapidità. Ma non succederà mai con te.
Solo dei deficienti (nel senso semantico del termine, ovvero che mancano di qualcosa) come Gilletti o gente che non sa o fa finta di non sapere o di non vedere quello che ci stai facendo, può ancora difenderti. Ma prima o poi tutto questo finirà. Perché chi non ha rispetto del passato non può avere un futuro e tu, a partire da Cragnotti e Nesta, non hai mai rispettato chi ha scritto la storia della Lazio. Hai dato a Cragnotti del bandito, perché per te lui è come i fantasmi che turbano le notti di Ebenezer Scrooge, il triste e arido per eccellenza. Ti terrorizza perché è amato, perché temi che un giorno possa sbatterti giù da quel trono. Hai dato a Nesta del "bollito" sette anni fa, quando sarebbe bastato niente per riportarlo alla Lazio: invece ci hai costretto a vedere gente come Ciani e Novaretti ricoprire quel ruolo da centrale e sei riuscito a dare a gente come Cana e Ederson gli stessi soldi che sarebbero bastati per riportare a casa il capitano. Non hai aperto le porte di Formello a nessuno di quelli che sono scesi in campo ieri, né come giocatori né come allenatori o dirigenti, perché tu odi tutto ciò che profuma di Lazio, tutti quelli che potrebbero farti ombra perché sono amati dalla gente.
Vedo presidenti di tutte le squadre del mondo che si fanno da parte perché non sono in grado di dar fare alle società che guidano il salto di qualità che meritano (ultimo ieri quello dell'Aston Villa), mentre tu resti attaccato alla mammella della Lazio perché senza quella moriresti di fame e torneresti nell'anonimato in cui hai sempre vissuto.
Ma anche se ti ostini a restare in paradiso a dispetto dei santi, tu non puoi avere un futuro alla guida di questa società. Qualunque cosa tu faccia non hai futuro. E se ancora non lo hai capito, lo capirai definitivamente domenica prossima, quando ti ritroverai con 2000 persone in uno stadio che questa sera era vestito a festa con quasi 70.000 laziali che ti hanno contestato e che ti odiano, come un bambino (perché in fin dei conto quello è un tifoso, un bambino che sogna e si rifiuta di crescere...) a cui hai rubato il giocattolo più prezioso... LA LAZIO!