Mail appena inviata alla redazione della Domenica Sportiva.
Buongiorno e buon lavoro a tutti voi,
Vi scrivo con la speranza e la malcelata convinzione di potervi aiutare a capire quello che, a detta vostra ed in particolare del signor Civoli, "da Milano risulta assurdo e incomprensibile".
Faccio riferimento alla vostra interpretazione data alla contestazione di domenica sera contro il presidente Lotito.
Si è parlato di ottimi risultati, di coppe vinte (in faccia e non), di società sana ed il tutto è talmente alla luce del sole che sarebbe inutile aggiungere altro.
A parlarne però siete stati VOI e il VOSTRO interlocutore.
Nello specifico, chi vi scrive ha 45 anni e quindi ha vissuto la sua "prima" Lazialità scarrozzando allegramente tra Serie B, scommesse, fallimenti (veri, senza Lodo Petrucci o affini) lambiti di un soffio, penalizzazioni, spareggi per la Serie C, morti assurde ed altre chicche che avrebbero fatto scappare buona parte dei tifosi sani di mente di mezza Italia.
Se chiudiamo in una teca dorata la parentesi cragnottiana questo decennio lotitiano è, numericamente, di gran lunga uno dei migliori dei nostri 114 anni.
Nonostante tutto, dopo dieci anni, questo quarantacinquenne è esausto, offeso, arrabbiato e, soprattutto, disorientato.
Succede nella vita, purtroppo, che cose e persone cambino con gli anni.
Succede a volte, e per fortuna non l'ho vissuto, che una persona si ritrovi dopo tanti anni ad interrogarsi, a sforzare la memoria per ricordarsi il perché, un motivo, anche solo uno, per cui ha condiviso la sua esistenza con un'altra persona.
Magari la osserva e non la riconosce, non per l'aspetto fisico ma perché non è più la persona che aveva conosciuto.
Quello che la vita mi ha concesso di non vivere nel rapporto con mia moglie lo sto vivendo con la mia passione da bambino mai cresciuto, con la MIA Lazio.
La guardo, la cerco e proprio quando mi sembra di "vederla" non la riconosco.
Vedo qualcos'altro, magari anche migliore, in certi aspetti, di quando ci eravamo conosciuti ma comunque qualcos'altro.
A Milano non lo potete sapere perché in tenera età un ragazzino decide di essere della Lazio a Roma.
Essere della Lazio, come primo passo, significa decidere cosa non siamo.
Sia chiaro che Laziale o romanista non significa bello o brutto.
Mai moglie e mio figlio sono romanisti e sono la cosa più bella che i miei occhi abbiano mai visto.
Ma io a 5/6 anni ho scelto di non fare la scelta "comoda".
Perché a Roma è comodo "fare" il romanista a partire dal nome della squadra, dalla fanfara sempre in pompa, dall'assioma (tutto loro) "siamo di più, siamo più forti".
Il Laziale a Roma nasce prima ma vive in una angoletto, contento del SUO angoletto.
Se lo cura, se lo arreda ed è geloso della sua "diversità".
Non ha mai avuto la pretesa di prendersi tutto, nemmeno quando c'era solo lui.
Altri hanno la pretesa di rappresentare "abusivamente" qualcosa, NOI NO!
Noi da sempre SIAMO non diciamo di essere, noi SIAMO NATI, non ci hanno costruito ad hoc, come una pro loco.
In tutto questo negli ultimi anni si inserisce un omino, paffuto (pure troppo), arrogante, presuntuoso, greve, con una prosopopea inferiore solo al suo ego ed una discreta cultura classica sbandierata, fastidiosamente, come un vessillo, un po' come la beneficenza del pupone.
Lo fa in un momento tragico e lo fa bene, in un momento in cui ci voleva la sua ottusità per andare avanti in una strada scomoda ma indispensabile.
Il Laziale vede tutto questo e non ci riconosce niente di suo, ma lo sopporta, per necessità, per interesse superiore, perché quello che fa è l'unica cosa da fare, non importa come.
Ma gli anni passano ed aumentano i passaggi pubblici che fanno conoscere meglio il personaggio, soprattutto i passaggi televisivi.
Passa anche a "casa vostra" con il perenne corollario di battute, risatine, gomitate sottobanco e sguaiato divertimento di fronte a tanta ridicola pienezza di sé.
Scene che costringono noi Laziali a combattere con i nostri consanguinei romanisti che vorrebbero godersi lo spettacolo mentre tu cerchi di dare un contentino al tuo amor proprio cambiando canale.
Ecco, appunto, cambiare canale.
Dopo dieci anni sarebbe ora.
Come fate a Milano a non capire che ogni vostra risata, ogni vostra spallata al vicino all'ennesima sparata, ogni vostro invito allo sfondone sullo stile "americà facce Tarzan", ognuna di queste ed altre cose ha contribuito all'esplosione di bile di domenica scorsa?
Probabilmente per voi il Laziale deve essere così, subalterno, folcloristico, da tirare fuori quando fa comodo per colorire la serata.
Uno sparring partner per la roma insomma.
Voi da Milano nemmeno ve lo immaginate cosa sia Roma, figuriamoci la Lazio.
Voi non ci arrivate proprio a capire che dopo dieci anni il fastidio è diventata umiliazione e l'umiliazione rabbia.
Da Milano dovreste ringraziare i Laziali che sfogano la loro rabbia con una rimpatriata invece di tirare i motorini dalle tribune.
Certo qualcuno ha anche esagerato nei toni perché la morte non si augura a nessuno, soprattutto se si parla di pallone.
Però in un contraddittorio in cui si vuol veramente capire cosa succede non si può nemmeno rimanere in silenzio quando si sente affermare che c'erano "solo 16mila paganti".
I cartoncini li dobbiamo contare uno ad uno?
Quindi concludo spiegandovi per l'ennesima volta che al Laziale adesso non importa dei risultati, ma vorrei che fosse chiaro che questo livello di esasperazione è nato da chi ha trattato la Lazio come un feudo personale, come la collezione di francobolli del nonno da regalare a figli e nipoti.
Il SIGNOR Moratti quando ha capito di non poter garantire un livello di eccellenza alla SUA Inter si è tirato indietro, per amore.
Il Lotito quando ha capito di non poter arrivare a competere ad alto livello ha detto chiaramente che lo scudetto non è roba da Lazio, della serie "o con me o con nessuno".
Questa esasperazione è stata assecondata e coltivata anche da Milano, Torino e Firenze ad ogni atteggiamento perculeggiante ed fastidiosamente ironico nei confronti della macchietta che, purtroppo, rappresenta i nostri 114 anni.
Lo scherzo è bello quando dura poco... e 10 anni sono troppi.
Vi saluto e vi ringrazio se siete arrivati a leggere fino a questo punto.