Ricordo una delle volte in cui andai allo stadio durante una delle mie regolari visite dall'estero.
All'epoca non avevo ancora figli.
Mentre entravamo allo stadio, abbastanza serrati gli uni con gli altri, un bambino che avra' avuto 6 anni vicino a me comincio' a cantare "sete la romaa sete la romaaa na squadra de negri". Il padre, [...] bello gnorante, ridacchiava e guardava il figlio con orgoglio, orgoglio che cercava di dividere con i vicini.
Ora, io sono il primo a dire che l'educazione si fa a casa, e quel bambino ha pochissime speranze.
Ma a cosa sono esoposti, i bimbi, deve deciderlo un genitore, per poter gestire le specifiche "sessioni" educative (a meno che non scelga di evitare il soggetto) quando e come preferisce.
Andare allo stadio oggi (meno che un tempo, devo dire) con un bambino significa dover improvvisare discussioni atte a spiegare concetti che un bambino, spesso, non dovrebbe essere costretto ad affrontare, o comunque non quando lo decide uno stadio e con quelle basi.
Per me lo stadio, per quanto esperienza meravigliosa e affascinante in un contesto normale (ha ragione chi dice che e' li' che si vivono le emozioni) non e' un posto per bambini.
Mia molto modesta opinione.