Ovviamente il post di aquilante poneva altre questioni e probabilmente andava aperto altrove.
Ma da lì a travisarne il senso, ce ne passa.
Si prende a spunto da una foto (avrebbero potuto essere livornesi in trasferta Verona, poco cambiava, ma siamo laziali e l'occhio cade prima a casa nostra, non è così sconvolgente come evento), che secondo lui dice una cosa: quella forza creativa - perché per un periodo lo è stata, non condivisibile, magari, ma creativa - rappresentata dal mondo ultras, che si poneva tra gli altri obiettivi principali quello di farsi baluardo di un calcio che si ispirava a mai ben definiti valori originari, contro il dilagare del calcio moderno, fatto di tv, moviole, ospitate e palinsesti spezzatino, non solo non è riuscito nell'impresa (e non gliene si può fare una colpa, ché la lotta era impari), ma è diventato esso stesso parte in commedia.
Il calcio moderno è una recita a soggetto con regia SKY? Bene, in quella recita a soggetto, per mille altre ragioni, non da ultima la necessità di testare modelli repressivi su frange anche (e sottolineo "anche", non "solo"), orientate a potenziali scontri, l'ultras o presunto tale, sta tutto dentro, con le sue logiche che ormai sono subalterne al modello tritatutto dello spettacolo, a questo palinsesto.
Il calcio moderno è triste, non coinvolgente, esteticamente aggrappato al gesto tecnico del campione e non all'effetto corale della partita. Ecco, questo mi sembrava lo spunto di riflessione di aquilante, quel che resta di coloro che volevano opporsi a quel modello, è una foto sfocata, a metà tra la gita con quelli del liceo e lo scatto fatto dal corrispondente del NYT sulla spiaggia di Nha Trang nel 1967 ai ragazzi in licenza (esclusa la colonna sonora, ovvio).
Aquilante ha sempre riconosciuto al mondo ultras una valenza e un interesse mai banali. Roba che, tra l'altro, non sempre ho condiviso. Ma tacciare lui di visioni preconcette nei confronti di 400 persone, liberi cittadini, che vanno a vedere una partita, mi sembra non solo un giudizio poco lucido, ma un guardare al dito, mentre si indica uno stadio.
Ripeto, può essere limitato il contenitore e i fruitori di Lazio Talk (se i moderatori non lo lucchettano, potrebbero spostarlo magari altrove), ma che l'immagine in oggetto possa richiamare ad alcune riflessioni, non mi pare una lesa maestà nei confronti di gente che, maggiorenne e vaccinata, si autorappresenta in una foto, in un modo che, dress code o non dress code, fa emergere un punto cromatico (ribadisco, lo stesso che si incontrerebbe tra gli arditi livornesi), che non parla di un orientamento politico (c'è anche quello, per carità, negarlo suona buffo, ma non è questo il punto), ma di una perdita di forza vitale, anche solo e semplicemente nella capacità di rappresentare la bellezza, quella si assoluta, unica e innegabile, dell'esposizione dei propri colori e dei propri vessilli.
Maglia, colori, simbolo, vessilli, appunto. Nelle logiche di appartenenza sono essenziali.
Non si può passare sopra a questa evidenza cromatica lampante.
Invece prevale - e non da questa foto - un grigio scuro spalmato, che questi ultras laziali (torno alla foto, ma solo per comodità), condividono con l'orizzonte calcistico ufficiale, con i presidenti di club, i dirigenti FIGC, i giornalisti e tutta la corte dei miracoli di cui sono diventati a modo loro complici. Il più delle volte inconsapevoli e alcune volte prezzolati.
È qui, però, che da sempre mi discosto da aquilante.
Personalmente reputo il fenomeno ultras, un movimento internazionale cui prestare attenzione, certo, che va approcciato fuori da ogni preconcetto bacchettone, ma che, specie in questo ultimo decennio, è una storia esaurita, un copione stanco, recitato da controfigure, comparse, buone solo per alimentare i fondi da stanziare per i reparti speciali delle FFOO.
In uno stadio credo tedesco, qualche tempo fa, comparse uno striscione che prendeva una curva, su cui c'era scritto:
"A.C.A.B. All Colors Are Beautiful".
Se chi fa della propria presenza negli stadi una ragione di vita, intuisse che un antidoto naturale alla mercificazione di tutto, calcio in testa, sono i colori, la festa, la folla e non il grigio, lo scontro e il manipolo, forse, e dico forse, qualche cosa da dire ancora ce l'avrebbero.
Ma temo che, lungi dall'essere i responsabili di quanto sta accadendo al calcio italiano, siano diventati di questo calcio una componente prevista, calcolata e necessaria.
Contenti loro.
P.s.
Se potevano porta' le bandiere greche in onore dei nostri colori, dello spirito olimpico, di Bigiarelli... Sto a scherza'