Definire lo stile è opera quanto mai difficile e sostanzialmente inutile. Lo stile lo avverti, lo annusi, te ne accorgi quando lo incontri, se hai un'anima elevata ne sei affascinato, altrimenti non lo riconosceresti manco se te lo mostrassero su un vassoio d'argento. Lo stile non è denaro, non è potere, non prevede necessariamente nobiltà né cultura, può allignare ovunque, lo stile è pacato, non è urlato, non è ringhioso, lo stile non tollera le vene del collo che si gonfiano in un accesso di collera, lo stile è ironia ma non grossolanità, è sobrio e non conformista, non necessita di un vasto pubblico per essere apprezzato, può essere un sopracciglio appena inarcato, una venatura di ironia spesso non colta. Schopenhauer afferma che lo stile è la fisionomia dello spirito.
Da quanto detto se ne deduce che stile e romanismo, inteso come summa di tutto quel borborigmo che alligna intorno a quel curioso e mal riuscito tentativo di innesto di una romanità da libro di storia delle elementari sul coattume di periferia, che ha alfine partorito quel frankenstein de noantri che è il boro de oro, dicevo stile e romanismo sono un delizioso ossimoro. Laddove ci si barda dei colori della peperonata, laddove il capo di abbigliamento preferito è tuta dell'asroma e sciarpa di lana ad agosto, laddove si ingioiella il petto villoso di capezze con lupetti, là lo stile non può allignare.
Non mi riferivo solo al tifoso, però. Il tifoso è quello che è, non nasce col bruco sul cruscotto. O sì? E' questione millenaria, è la società che assorbe il becerume del proprio sostenitore oppure è il sostenitore che - col suo comportamento - dà un'impronta alla società? Quel che si vede è però il risultato: società e tifoso sono in perfetta simbiosi, due facce di una stessa medaglia (nel loro caso, ovviamente, di metallo ben poco pregiato). Ma è vero anche l'opposto? Se loro sono come sono, e restassero pure nel loro buffo universo parallelo, noi siamo diversi? La Lazio è qualcosa di diverso? Siamo laziali perché non vogliamo mischiarci con l'orda barbarica, perché rifiutiamo il pensiero unico, perché non ci riusciamo proprio, in definitiva, a raggiungere le loro vette di ridicolo ed involontaria comicità?
Non so noi, intendo noi tifosi. Ma la società, pur gestita da un buffo omino che - tra logorrea e citazioni latine - lo stile non lo frequenta quotidianamente, si presenta con un livello di qualità assoluta. A partire da questo gentleman giramondo che è il nostro allenatore. Elegante, sobrio, pacato, mai una parola fuori posto, mai una polemica gratuita. Anzi, mai una polemica. Dopo che un guardalinee con gli occhi di Ben Turpin ci ha privato del successo di Palermo, ha commentato che è questione di centimetri, che è difficile, e via a parlare di calcio. Anche ieri, non un accenno al ben più che sospetto gol juventino. E Mauri, il nostro capitano, cosa ti va a fare? Interrompe un'azione nostra perché l'avversario si è fatto male. E i ragazzi, tutti i ragazzi, con qualche eccezione dovuta all'esuberanza giovanile, non si distinguono per continui vaffanculi tottiani all'arbitro, non si profondono in piagnistei, vittimismi, applausetti ironici all'arbitro, tutti atteggiamenti così in voga sull'altra sponda.
A molti, sulla nostra sponda, quella giusta del Tevere, questo atteggiamento non va giù. A mio parere, confondono lo stile con l'arrendevolezza, la classe con la passiva accettazione. A me piace. Fossero cento volte più bravi di Petko, non vorrei mai sulla mia panchina un conte od un mazzarri, che hanno elevato il piagnisteo e la malafede ad arte, loro che non parlano degli arbitri quando ti dà un rigore fasullo a favore, ma che di colpo ne parlano eccome se hanno un fallo laterale contro, oppure il neo-principe delle scuse, l'ineffabile ex-tabagista zèma. Tutti personaggi che non hanno proprio nel vocabolario l'espressione "l'avversario ha meritato". L'avversario ha sempre rubato, loro avrebbero sempre meritato.
A me sta gente mi fa schifo. Ho un concetto diverso del calcio. Magari è un concetto che ti fa vincere di meno. Il piagnisteo alla dellavalle qualche punto te lo porta, e del tuo stile in definitiva non gliene frega niente a nessuno. Anzi, fa comodo, sulla stampa tutta il pareggio di Palermo è passato come occasione fallita, mentre manca poco che il pareggio a Torino sia diventato un furto. Personalmente, però, me ne frego. Preferisco ascoltare un'intervista a Petko, che qualche cosa di calcio ho sempre da imparare, piuttosto che una geremiade di un conte o di un mazzarri, che mi lasciano sempre vagamente imbarazzato perché questi in definitiva rappresentano i miei colori... E poi, uno juventino che si lamenta degli arbitri...
Come sosteneva Heinrich Boll, nell'esercizio anche del più umile dei mestieri lo stile è un fatto decisivo. E nel calcio, dove il livello è più basso del più umile dei mestieri, lo è ancora di più. Questione di stile, anzi di style. Lazio style.