Non capisco perché ogni argomento debba dare adito a schieramenti.
La mia posizione, anzi direi la mia speranza, può essere o meno condivisa, ma rimane MIA. Posso essere benissimo criticato perché visionario, sottomesso, qualunquista, provocatore (che di per sé non è un termine negativo, se inteso nel senso di provocare - o cercare di provocare - un dibattito, uno scambio di idee. dipende dall'accezione). Che te voi resettà?
Bisognerebbe partire da un concetto condiviso, però, per poter discutere. Tipo: chi ama la Lazio, va a vedere la Lazio, e allo stadio fa il tifo per la Lazio.
Poi su questo concetto di base si possono innestare un sacco di considerazioni. Ma senza prescindere, però. Perché se si prescinde, mica che io sono meglio e altri sono peggio, come detto più volte, solo che si parla in due lingue diverse, fors'anco di due sport diversi.
Mi rendo conto che è un mio limite, e forse anche un po' snobistico. Non vedo altro modo di esprimere la mia passione. Che è infantile, basilare, che mi porto dietro dall'infanzia, da quando (con la Lazio in Serie B) ritagliavo in un album gli articoli delle partite della domenica del Corriere dello Sport. Mica per farlo vedere agli amici. Per me, perché mi sembrava che così si cementasse, giorno dopo giorno, la mia passione, che si incanalasse il mio entusiasmo. E poco, anzi nulla mi interessava se la Lazio, quella Lazio, fosse poco più di un puntino nell'universo del calcio. Era mia, e tanto mi bastava. Mio padre, uomo altrimenti glaciale e anaffettivo, mi aveva infettato con questo virus, e già a dieci anni piangevo lacrime amare, di disperazione, quando la Lazio retrocesse perdendo a Torino all'ultima contro la Juve (e mi è rimasto comunque sempre nel cuore tale Di Pucchio, anonima comparsa, che però segnò, alimentando per poco la mia speranza).
Storia e memoria. Forse proprio per questo sono anomalo, proprio per questo chiedo di lasciarmi ai miei vaneggiamenti. Perché per me la Lazio è un mondo, forse pure troppo importante nella classifica delle cose importanti, perché ogni partita ha significato qualcosa, anche le più insulse, ogni giocatore ha rappresentato una mia proiezione sul campo. Ogni giocatore ero io. Anche Miele, che segnò due autogol in una partita, anche Avagliano, che si cimentò in un meraviglioso auto-palo in un Lazio-Atalanta, anche Sulfaro, che in un Torino-Lazio riuscì nell'impresa di mettere in rete un tiro avversario destinato fuori. Sicuramente io ero più laziale di loro, ma nel periodo della loro permanenza li amavo, li coccolavo, li difendevo (li insultavo, ovviamente). Ma erano la Lazio, e ne seguivo la carriera anche quando venivano ceduti.
Per questo ci sto male quando avverto questo astio, per questo ogni fischio a Novaretti prima della partita lo prendo sul personale. Perché fischiano me, perché insultano me. Magari dovrei diventare più esperto di economia, di finanza, districarmi tra bilanci e trimestrali, conoscere vita morte (non miracoli) dei giornalisti che di noi parlano, essere aggiornato su tutto quanto avviene in sette giorni su sette intorno alla Lazio.
E se qualcuno mi dice che il calcio è cambiato, che oggi è un'altra cosa, che si deve discutere di performance, di prestazioni, che siamo la quinta (o sesta, settima) società come fatturato, che abbiamo il sacrosanto diritto di stare in quelle posizioni, che il nostro rango... e quando mi si dice che io per quello là non vado più allo stadio perché mi ha tolto l'entusiasmo, mi ha tolto la lazialità, e se ci vado passo tutta la partita ad insultarlo, anzi magari ci vado solo per insultarlo, mi vien da pensare che non è solo il calcio ad essere cambiato. E' il tifoso, e ogni ridimensionamento viene visto come ridimensionamento del proprio essere. Seguendo questo ragionamento, che motivo hanno di esistere i tifosi della Spal o della Pro Patria, quando le proprie emozioni arrancano su campetti di provincia?
Questo intendevo parlando di reset. Un ritorno alla gioventù, all'innocenza e all'entusiasmo. Un riappropriarsi delle proprie passioni, un riallineamento delle priorità. Quando Novaretti è in campo, ci sono io con lui, ci dovremmo essere tutti, e incitarlo è incitare noi stessi, e se (ipotesi peregrina) segna, abbiamo segnato noi. Non può essere che se segna abbiamo segnato noi, se sbaglia ha sbagliato lui, quella maledetta pippaccia e chi ce lo ha messo...
Spero domenica di vedere ventimila aquilante. Sarebbe un primo passo, un piccolo passo per un tifoso ma un grande passo per la Lazio...