In Rassegna Stampa, che lo leggano tutti.
«Ma quale assalto dei tifosi!». I testimoni sbugiardano la polizia (Il Tempo)
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Nevica ma Ulica (via) Marszalkowska è piena di gente per le compere di Natale. Siamo nel centro di Varsavia nelle vie che hanno fatto da teatro dalla terribile retata della polizia polacca due ore prima della partita Legia-Lazio. Stessa ora, intorno alle 17, stesso posto, nove giorni dopo ma non c'è traccia del passaggio dei lanzichenecchi italiani, i «banditi» così definiti dal ministro dell'interno polacco Bartlomiej Sinkiewicz. Praticamente sotto il Palazzo della Cultura e della Scienza, una torre altissima, principale punto di riferimento della città oltre che simbolo dell'architettura del realismo socialista, c'è l'Hard Rock Cafè, il punto di raccolta per la partenza dei settecento laziali oltre ai grattacieli di un hotel di lusso e di una nota marca automobilista. Il grande bar sorge all'interno dello Zlote Tarasy, uno dei centri commerciali più importanti della capitale polacca. Entri e ti accorgi che l'italiano non va di moda da queste parti. Uno dei barman, Pawel, racconta la sua verità sulla sera del fattaccio cominciando da subito a ridimensionare la portata dei fatti: «Sì, ricordo perfettamente, c'erano tanti tifosi della Lazio, volevano bere una birra. Si sono comportati normalmente solo un tavolo con quattro di loro se n'è andato senza pagare ma sono cose che accadono spesso. Per il resto tutto ok. Nessuna violenza, io c'ero».
Usciamo per ripercorrere le tappe del corteo di quel giorno, stavolta solo in due con un'amica traduttrice polacca, Aleksandra, una che se la guardi negli occhi ti riconcilia in un nanosecondo di tutte le cose brutte che si pensano in questo momento della Polonia. Sguardo di ghiaccio per ipnotizzarei i suoi connazionali e strappare loro qualche parola sulla notte del 28 novembre. Passiamo accanto alla stazione centrale, sono le 17.15, ci spostiamo su via Jerozolimskie (Gerusalemme) che aggira il Palazzo della Cultura, facciamo un sottopasso anche se il corteo era passato sopra, siamo su una strada larga quanto i due lungotevere messi insieme. «Se score» da queste parti, direbbe Verdone, tutti incolonnati, un rispetto per la segnaletica e per i pedoni da invidiare tanto che verrebbe voglia di abbracciare l'autista di una macchina parcheggiata in seconda fila. Un minuto, forse due, e arriva il vigile a farlo tornare sulla terra. È un inglese, meglio scegliere la prossima volta Roma o Napoli, che dici? Negozianti del posto assicurano che non si ricordano nulla, non hanno memoria di assalti alla polizia, auto o vetrine danneggiate. «Se è successo qualcosa è stato velocissimo, ma nessuno qui ha visto nulla». Costeggiamo il «Polonia Palace Hotel» tutto illiminato con le luci del Natale, poi giriamo verso l'incubo per 150 persone rastrellate. Camminiamo da dieci minuti non di più, avremmo percorso al massimo seicento metri, e c'è già il primo scontro. In questi metri è cominciata la retata della polizia dopo il lancio di qualche bottiglia contro un'auto delle forze dell'ordine. Chiediamo a due negozianti, smentiscono le note ricostruzioni. Insistiamo con un terzo, stessa risposta: «La gente correva per la paura, ma nessuno scontro». Entriamo nella lunghissima Ulica Marszalkowska, una via che a pronunciarne il nome già ti sei stancato, una sorta di tangenziale che taglia il centro in due su un lato del fiume Vistola. C'è un club di spogliarelliste, poi c'è «Cepelia», un negozio di ceramiche. Qui Eva ci spiega: «Non ero di turno, comunque noi non abbiamo avuto problemi. Più avanti è successo qualcosa». E allora avanziamo, il freddo ti entra dentro la faccia ma non possiamo tirare più su il salvacollo, col rischio di essere arrestati perché troppo simile a un passamontagna. Ammiriamo i tram polacchi, su questa strada c'è n'è una concentrazione come fuori da Termini, oltre alla stazione della metro Centrum, unica linea sotto terra di Varsavia. Troviamo un fast food «Fresh Point», incrociamo una delle prime traverse interne (via Nowogrodzka) su cui i laziali hanno cercato di scappare, superiamo la Bank Polski e un'altra serie infinita di istituti di credito di tutta Europa. Ci siamo, si supera di pochi metri via Hoza e ci fermiamo in un locale «Bubble Tea». Qui hanno visto tutto, secondo le accuse sarebbero accadute cose terribili e invece scopriamo da Anna la verità: «Io non ero di turno quella sera ma il mio collega mi ha riferito che sono entrate tante persone da noi, abbiamo visto qualcosa che volava ma non abbiamo avuto danni alle vetrine. Mentre alcuni stavano pagando la consumazione ha visto i poliziotti e i tifosi italiani che scappavano da tutte le parti. Solo allora il mio collega ha avuto paura senza però che ci siano state conseguenze». Ecco l'angolo maledetto, quella della foto che ha fatto il giro del mondo facendo. Per uno strano scherzo del destino di fronte sulla stessa via c'è l'Istituto di Cultura Italiana, un palazzone anni Trenta che ti mette tristezza solo a guardarlo. La ricostruzione dei tifosi differisce totalmente da quella della polizia polacca ma di fatto il corteo si disperde. Racconta Tibor, ragazzo italiano di madre ungherese. «A un certo punto ho sentito urla dalla parte iniziale del corteo. Non ho capito più nulla, tutti correvano in avanti, la polizia ci pressava da dietro, io ho pensato di non fermarmi ma ho sbagliato clamorosamente. Perché chi ha rallentato è stato superato dagli agenti ed è riuscito a scappare io invece sono scattato in avanti ma il voler correre è stato interpretato dalla polizia di qui come un voler far chissà che cosa e così mi sono ritrovato steso a terra con le manette ai polsi. E il mio incubo era solo cominciato». E ancora: «Siamo rimasti sulla strada per due ore, ci hanno detto che l'arresto era dovuto al disturbo della quiete pubblica ma se non potevamo fiatare che ci riempivano di manganellate». Ma i più fortunati riescono a trovare una via di fuga e dileguarsi per le vie del centro di Varsavia, altri sono ancora più sfortunati di altri. La retata, infatti, avviene «a raggiera» su tutte le strade laterali trasformandosi in una beffa. Alcuni si infilano per via Wilcza dove c'è la sede del più grande commissariato di Varsavia, una sorta di Questura. È come se uno a Roma provasse a scappare dalla Polizia imboccando via di San Vitale e in pratica si «autoarrestasse». Siamo solo a 200 metri dal punto incriminato. E poi, sfortuna delle sfortune, se si vuole fare un riferimento calcistico Wilcza in polacco significa «lupo», un nome una garanzia di disavventura per un laziale. Il corteo è finito, avrebbe dovuto fare altri 400 metri sulla via principale prima di prendere Al Armii Ludowei e soprattutto l'ultimo vialone, Ulica Lazionkowski, ma i tifosi biancocelesti non ce l'hanno fatta a leggere questo nome che per assonanza era certamente positivo. Circa 2,3 chilometri e poi la Pepsi Arena solo per 500, gli altri 200 hanno visitato i 18 commissariati di Varsavia, poco più di un centinaio sono riusciti a cavarsela solo con una notte in stanze anguste con una tavola di legno su cui dormire senza coperte e senza nessun affetto personale, una settantina hanno pagato la loro libertà per tornare in Italia, altri 22 sono dentro al mostro di Bialoleka con la prospettiva di uscire la prossima settimana. Il nostro viaggio finisce in Zb Awicelia (piazza Gesù Salvatore), una chiesa bellissima, un posto incantevole mentre la neve scende come se il cielo buttasse su Varsavia zucchero filato per addolcire i giudici polacchi. Al centro della piazza c'è un arcobaleno di fiori ma l'11 novembre è stato bruciato da un gruppo integralista (il movimento gay qui non se la passa come in Russia ma poco ci manca). In quell'occasione la polizia di Varsavia aveva ricevuto critiche per non aver fermato in tempo la manifestazione, per non aver usato il pugno di ferro. Diciassette giorni dopo hanno pagato per tutti alcuni cittadini italiani, la quasi totalità con l'unica colpa di aver scelto di seguire la Lazio in Polonia. (Luigi Salomone)