Citazione di: Ranxerox il 17 Mar 2020, 00:37
Ma non si potrebbe avere in italiano che non me lo fa tradurre.
Grazie anticipatamente...
Ciao Ranx. Ti consiglierei di non leggerlo. Io l'ho fatto stanotte e mi ha ridotto lo stomaco a un cencio. In ogni caso l'ho tradotto. Se proprio vuoi farti male...
"Va tutto bene", in Italia triage e bugie per i pazienti affetti da corona virus.
Milano – la lotta contro la morte va in pausa ogni giorno alle 13.00
A quell'ora, i medici dell'unità di terapia intensiva del policlinico San Donato chiamano i parenti dei 25 pazienti in condizioni critiche, che sono tutti sedati e intubati, per ragguagliare le famiglie. In questo ospedale milanese, l'ora di pranzo era solitamente destinata alle visite. Ma adesso che il Paese lotta contro un'epidemia di coronavirus che ha ucciso più di 2000 persone, i visitatori non sono ammessi. E in Italia nessuno lascia più la propria abitazione.
Quando i dottori telefonano, cercano di non dare false speranze: sanno che uno su due pazienti in TI è destinato a morire.
Con l'espansione dell'epidemia di Covid19 e il progredire della malattia, i letti in TI sono sempre più richiesti, soprattutto a causa dei problemi respiratori che la malattia può portare. Ogni volta che si libera un letto, due anestesisti si consultano con un rianimatore specializzato e con un internista per decidere chi lo occuperà. L'età e il quadro clinico preesistente sono fattori importanti. Così come avere una famiglia.
"Dobbiamo prendere in considerazione se i pazienti più anziani abbiano una famiglia che possa prendersi cura di loro una volta che lasciano l'ICU, perché avranno bisogno d'aiuto", dice Marco Resta, vice primario dell'unità di TI del policlinico San Donato. "Anche se non c'è speranza, dobbiamo guardare i pazienti negli occhi e dire "va tutto bene" e questa bugia ci distrugge".
La più devastante crisi medica italiana dalla Seconda Guerra Mondiale sta costringendo medici, i pazienti e le loro famiglie a operare decisioni che resta, un ex medico militare, afferma di non aver sperimentato nemmeno in guerra. Da lunedì, 2158 persone sono morte e 27.980 sono state contagiate – i numeri più elevati di casi registrati dietro la Cina.
Resta afferma che il 50% dei pazienti accettati in TI in Italia stanno morendo, in rapporto al normale tasso di mortalità che va dal 12% al 16% per i pazienti di tale unità su territorio nazionale.
I medici hanno denunciato che l'Italia del Nord, il cui sistema sanitario è annoverato tra i più efficienti al mondo, è l'antesignana di una crisi che la patologia sta portando in tutto il mondo. L'epidemia che colpisce le regioni settentrionali di Lombardia e Veneto principalmente, ha paralizzato la locale rete di ospedali, ponendo le TI sotto una colossale pressione. In tre settimane, in Lombardia 1135 persone hanno avuto bisogno della TI, ma la regione, secondo Giacomo Grasselli, primario della TI del policlinico di Milano, che è indipendente dal San Donato, ha solo 800 letti. Grasselli coordina tutte le unità di TI in Lombardia.
Tali dilemmi non sono nuovi alla professione medica. Nel trattamento dei pazienti con difficoltà respiratorie, i medici della TI valutano regolarmente le possibilità terapeutiche alternative all'intubazione – una prassi invasiva che consiste nell'inserimento di un tubo che dalla bocca va in gola e nelle vie respiratorie. Ma questi numeri elevati indicano che i medici devono scegliere più spesso e più velocemente chi ha più possibilità di sopravvivere, un triage che è particolarmente lancinante in una nazione cattolica che vieta la morte assistita, e dove la popolazione è, secondo l'agenzia statistica Eurostat, la più vecchia d'Europa con quasi una persona su 4 di un'età pari a 65 anni e più.
"Non siamo abituati a decisioni così drastiche" dice Resta, anestesista di 48 anni.
Dare una possibilità
I medici italiani affermano che i pazienti anziani con Covid19 che mostrano problemi respiratori sono così numerosi, da non dare opportunità a coloro che hanno una minima possibilità di guarigione. Alfredo Visioli era uno di questi pazienti. Quando gli fu fatta la diagnosi, l'ottantatreenne di Cremona aveva una vita attiva e piena, a casa con il suo pastore tedesco Holaf, regalatogli dalla famiglia. Si prendeva cura della moglie di 79 anni, Ileana Scarpanti, che aveva avuto un ictus due anni fa, a detta della nipote Marta Manfredi. All'inizio aveva solo una febbre intermittente, ma a due settimane dalla diagnosi di Covid19 sviluppò una fibrosi polmonare che consiste in un progressivo danno strutturale del tessuto polmonare che rende sempre più difficile la respirazione. I medici dell'ospedale di Cremona, una città lombarda di 73.000 abitanti, furono costretti a decidere se intubarlo o no, al fine di aiutarlo a respirare.
"Dissero che non aveva senso", riporta Manfredi. Avrebbe voluto stringere la mano di suo nonno, aggiunge, mentre incosciente sotto l'effetto della morfina si avviava a morire.
Adesso la Manfredi è preoccupata per sua nonna. Ileana ha il Covid19 a sua volta e al momento è in ospedale, anche se risponde bene all'ausilio del respiratore a bocca. Nessuno le ha detto che il marito è morto.
Il coordinatore della TI lombarda, Grasselli, afferma di ritenere che, finora, tutti i pazienti con una possibilità ragionevole di guarire e avere una qualità della vita accettabile, sono stati curati. Ma aggiunge anche che un tale approccio è determinato dalla pressione: "Un tempo, ad alcune persone avremmo potuto dare una possibilità. Adesso dobbiamo essere più restrittivi".
Ospedali riorganizzati
Lo smistamento avviene anche fuori degli ospedali.
Venerdì, il sindaco di Fidenza, una città alle porte della Lombardia, ha chiuso l'accesso al locale ospedale per 19 ore. Era sovraffollato da pazienti con Covid19 e lo staff ospedaliero stava lavorando da 21 giorni senza sosta. Sebbene la chiusura avesse lo scopo di aiutare l'ospedale ad andare avanti, ha comportato che alcune persone "morissero a casa", dice il sindaco Andrea Massari.
Il nuovo coronavirus ha fatto la sua comparsa in Italia in gennaio, ma l'epidemia è dilagata in febbraio nella cittadina di Codogno che è circa 60 km. a sud di Milano. Alcuni esperti credono che sia stato portato da qualcuno che ha viaggiato dalla Germania all'Italia. Il Governo ha provveduto velocemente a isolare il Nord, chiudendo dapprima 10 città in Lombardia e una in Veneto. Ma ciò non ha fermato il virus. In una settimana, 888 persone sono state trovate positive e 21 sono morte. I casi sono aumentati esponenzialmente. Le piccole città sono state colpite per prime, portando un'immediata crisi ai piccoli ospedali.
Dalla settimana scorsa, tutto il territorio italiano è entrato in autoisolamento. Le scuole, gli uffici e i servizi sono stati chiusi ed è stato ordinato a chiunque non in possesso di una ragione convincente e autorizzata di rimanere a casa. Le misure, che stanno per essere seguite da altri paesi europei, sono finalizzate a bloccare la diffusione del virus. Le autorità italiane sono particolarmente in ansia sull'evitare la sua diffusione nell'Italia meridionale, che ha un sistema molto meno ben finanziato del Nord.
Le cliniche private sono normalmente destinate a pazienti a pagamento. Ma il governo ha ordinato loro di fornire cure gratuite per il Covid19. Il policlinico San Donato che è struttura privata, ma ha licenza di lavorare con il settore pubblico, ha inviato team di anestesisti e altri specialisti nelle città più colpite. Gli studenti della facoltà di medicina del quarto e del quinto anno sono stati chiamati negli ospedali per dare aiuto. I cardiologi sono stati mobilitati per assistere nei reparti di emergenza di Covid19.
Al momento, quasi tutte le sale operatorie della regione Lombardia sono state convertite in unità di TI, afferma Grasselli. Il personale ospedaliero lavora senza sosta. Alcuni sostituiscono colleghi infetti. Alcuni pazienti vengono trasferiti in altre regioni. Secondo Grasselli, il rapporto tra infermieri e pazienti presso le TI, è normalmente di 1 a 2. Adesso è di 1 a 4-5. "Abbiamo completamente riorganizzato il sistema ospedaliero", dice.
Maggiore aspettativa di vita
Tutti i contagiati che arrivano in ospedale con difficoltà respiratorie ricevono ossigeno, dice Grasselli. Il problema è fino a che punto – e per quanto tempo – tenerli in respirazione artificiale. Quelli che hanno problemi più lievi sono collegati a una macchina con una mascherina o, se non rispondono, con un casco che copre il viso. Se le loro condizioni peggiorano, i medici possono decidere se ammetterli in TI, dove sarebbero intubati. Ma c'è un problema: l'intubazione può essere gravosa, soprattutto su pazienti più anziani, dice Grasselli. Anche quando i pazienti più anziani sopravvivono, possono sviluppare possono sviluppare altri problemi, come difficoltà a camminare o danni cognitivi. Malgrado ciò, in passato, i medici tendevano a intubare anche i pazienti più vecchi, generalmente perché avevano la possibilità di farlo, dice, aggiungendo che non intuberebbe mai suo padre di 84 anni.
Prima del coronavirus, "ci concedevamo molto spesso il lusso di tentare l'intubazione di pazienti al limite", afferma Marco Riccio, primario del reparto di Anestesia all'ospedale di Oglio Po, vicino a Cremona.
Ora le cose sono cambiate. Le associazioni nazionali italiane di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e TI, hanno pubblicato le nuove linee guida il 7 di Marzo. Poiché ci si attende nelle prossime settimane un "enorme squilibrio" tra i bisogni clinici della popolazione e le risorse della terapia intensiva, sono stati fissati dei limiti "dare priorità a quelli con una aspettativa di vita maggiore".
Fammi morire a casa
La messa in quarantena da parte dell'Italia della sua popolazione aggiunge stress emotivo alla sofferenza. Ai familiari non viene concesso di accompagnare in ambulanza i propri cari, e i reparti per il Covid19 sono chiusi a chiunque non sia medico o paziente. Alcuni pazienti che non necessitano ancora terapia intensiva si sentono prigionieri in reparti sovraffollati.
"Portami via da qui. Fammi morire a casa. Voglio vederti un'ultima volta". Stefano Bollani, un magazziniere di 55 anni, ha mandato questo messaggio a sua moglie casalinga, Tiziana Salvi, dall'unità pre-intensiva del policlinico San Donato, dove è in cura per una polmonite conseguenza della contrazione del virus. I due non si sono più visti da quando lui è sceso dalla loro macchina all'esterno dell'ospedale milanese, circa due settimane fa. Tutto ciò che sa, lei dice, è che le sue condizioni negli ultimi giorni sembrano essere migliorate. "Sono cose che un marito non dovrebbe (non avrebbe dovuto) scrivere a una moglie che è all'esterno e che non può vederlo", aggiunge.
E alcuni pazienti più anziani hanno opposto resistenza ad andare in ospedale. Carlo Bertolini, un agronomo cremonese di 76 anni, che si è fatto un nome ed è localmente conosciuto per aver scritto una dettagliata storia dei vigneti e delle osterie del passato, era assai riluttante a chiedere aiuto, dice sua figlia.
Bertolini, che vive da solo, ha iniziato ad avere sintomi all'inizio di marzo. Finalmente, il suo miglior amico chiamò un'ambulanza che lo portò all'ospedale della città. Nel parlare con sua figlia al telefono, descrisse il grande numero di pazienti e la cacofonia del reparto. "Mi sento in guerra", disse, riporta sua figlia Mara Bertolini. Carlo fu poi trasferito alla TI di un ospedale milanese. Mara e sua sorella riuscirono a fargli visita indossando un equipaggiamento anticontaminazione - maschera, guanti, camice bianco – a vederlo attraverso il vetro della TI. "Ci dissero che era uno dei più gravi".
Restate a casa
L'ex medico militare Resta dice che la situazione in Lombardia sembra peggiore di quella della guerra del Kossovo nel 1999, nella quale prestò servizio con la squadra aerea di salvataggio che trasferiva feriti dall'Albania all'Italia.
Ogni volta che un paziente con Covid19 viene accettato nel suo ospedale, dice, lo staff scrive un'email ai suoi parenti garantendo loro che lo tratteranno "come una famiglia". Resta aggiunge che l'ospedale sta tentando di attivare un sistema di videoconferenza, cosicché i pazienti possano vedere i parenti durante l'orario di visita (le 13.00).
Un dottore, non un familiare, è spesso inevitabilmente l'ultima persona che un paziente affetto da Covid19 vedrà prima di morire. I congiunti non possono nemmeno avvicinarsi alle bare onde evitare il contagio.
L'ultima cosa che Mara Bertolini ha sentito di suo padre, lo storico del vino, è stata quando qualcuno dell'obitorio ha chiamato un familiare per dire che avevano il suo corpo. Dice di non serbare alcun rancore per i dottori, oberati di lavoro. Ciò che l'ha segnata maggiormente sull'ultima settimana di agonia di suo padre, fu il viso del medico quando lo incontrò. "Non saprei dire se fosse preoccupato o triste. Tutto ciò che ci disse fu "restate a casa".