Essere brave persone
Come detto prima, il consumo sostenibile può darci la sensazione di avere il controllo. Ma, in primo luogo, è una questione di comfort ed estetica. Secondo uno studio del 2009 pubblicato dall'Otto Group, un'azienda di commercio on-line tedesca, i consumatori di oggi sono motivati a comprare prodotti biologici e del commercio equo soprattutto per ragioni individuali e non per un più ampio senso di solidarietà sociale. Il comportamento etico è percepito come un fattore di comfort individuale, mentre l'estetica, l'indulgenza e l'auto-miglioramento hanno sorpassato gli ideali diffusi nel movimento ambientalista degli anni Ottanta, come la riduzione dei consumi e l'azione collettiva per cambiare il mondo. Non ci sorprende, allora, che il Dr. Johannes Merck, il direttore responsabile di Otto Group, abbia cercato testimonial di spicco che trasformassero il consumo etico in uno status symbol. Ha insistito sul fatto che persino la condotta etica è mossa dal desiderio di consumo.
Tuttavia, il consumo sostenibile ha anche un aspetto più brutalmente regressivo: costituisce uno spostamento della responsabilità dal settore produttivo e commerciale verso il consumatore. Salvare il pianeta diventa una questione di scelte personali anziché di regole sociali generali. In realtà, anche se il consumo etico fa distinzione tra prodotti buoni e cattivi, non si ferma lì. Oggi, sempre più persone si definiscono – e definiscono la loro superiorità sugli altri – in base a quello che comprano. La scelta di comprare o non comprare un determinato prodotto può influenzare la tua immagine di brava o cattiva persona, e può concretamente generare giudizi molto duri su sé stessi o sugli altri. In realtà, non tutti possono permettersi di partecipare al movimento del consumo etico. Non tutti hanno il tempo, i soldi, o l'energia per consumare eticamente. Fino al 1562, un seguace della Chiesa Cattolica poteva comprarsi l'indulgenza plenaria dai peccati con una lettera, dando soldi alla Chiesa in cambio della salvezza dell'anima. Oggi, se la responsabilità morale per l'impatto ecologico dei prodotti è spostata dal produttore al consumatore individuale, le persone a basso reddito semplicemente non possono permettersi una buona coscienza.
Anche per le aziende le ragioni per promuovere prodotti sostenibili sono più economiche che etiche. Il mercato di questi prodotti ha un grosso potenziale di crescita, e un "autentico" aspetto ecologico dà alle aziende un vantaggio competitivo: secondo lo studio "Green" Winners dell'agenzia di consulenza A.T. Kearney, le aziende ecologiche hanno fatturato circa il 10-15 percento in più rispetto alle aziende convenzionali durante la crisi finanziaria. Si suppone che il consumo etico arricchisca il significato del consumo stesso, combinandolo con valori immateriali come l'autonomia, la comunità, l'onestà, la giustizia e la natura. Si può fare un parallelo con la particolare trovata di marketing di Edward Bernays, spesso considerato il fondatore delle pubbliche relazioni. Nel 1929, pubblicizzò le sigarette per donne come «torce della libertà». Pagò alcune donne per fumare le loro «torce della libertà» alla Parata Pasquale di New York; a quei tempi fumare in pubblico era per le donne ancora un tabù sociale forte. La campagna mise sullo stesso piano le sigarette e l'emancipazione femminile che tentava di superare questo tabù sociale, e dunque utilizzò la lotta femminista per aprirsi un nuovo mercato.
Il consumo etico è l'esempio per eccellenza di "capitalismo verde". Non solo maschera la critica alle conseguenze distruttive del capitalismo, ma le incorpora, e dunque si presenta come soluzione ai problemi che il capitalismo stesso ha generato. Eppure le misure orientate al mercato proposte dal capitalismo verde sono tanto antidemocratiche quanto apolitiche. Trasformano il valore ambientale in una questione di reddito e consumo in modo da mantenere invariato lo status quo. Le grandi aziende possono mantenere, se non addirittura aumentare, il loro attuale potere mentre vengono esentate dal rendere conto delle loro colpe dal mercato, che a sua volta carica gli individui del peso della responsabilità morale e li priva di un vero potere politico. Il capitalismo verde stabilizza il sistema attuale offrendo alle persone delle "soluzioni" al suo interno – "soluzioni" che non mettono in discussione, ma anzi promuovono, la smania di profitto che ne è alla base.
Azione collettiva
La crisi climatica è la sfida più grande del Ventunesimo secolo. Da decenni la scienza è molto chiara nell'indicare di cosa abbiamo bisogno per combattere il riscaldamento globale: dobbiamo stare sotto l'obiettivo Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) di 1,5 gradi massimi di aumento della temperatura rispetto all'era pre-industriale e ridurre la rete delle emissioni globali a zero entro il 2050. Eppure i leader politici non stanno agendo abbastanza in fretta, o non lo stanno facendo affatto, affidandosi invece al mercato. Ma noi non possiamo aspettare. La crisi climatica è un problema altamente politico che ci coinvolge tutti e tutte. Risolvere questo problema richiede un cambiamento politico reale – e un'azione collettiva che ci porti a ottenerlo.
Molte persone che si preoccupano per la crisi climatica e tentano attivamente di combatterla sono già consapevoli dei problemi sollevati da questo articolo. Tuttavia, la maggior parte delle conversazioni che abbiamo con amici e familiari a proposito di ciò che «io e te» potremmo concretamente fare è incentrata sulle azioni individuali, e non collettive. Discussioni del genere influenzano facilmente il modo in cui pensiamo e agiamo nel mondo, e ovviamente questo vale anche per le conversazioni sulle possibili soluzioni alla crisi climatica. E allora perché non discutiamo più spesso su come protestare insieme e come organizzarci in gruppo? Perché non parliamo di più degli strumenti di trasformazione che si sono rivelati efficaci nel passato – tipo i movimenti di massa e gli scioperi economici?
Negli ultimi mesi, è emerso un movimento ecologista globale che sta conoscendo un notevole successo ed è in crescita. Molti dei gruppi che si sono formati da poco si ispirano alle azioni dell'attivista svedese Greta Thunberg, che ha scioperato da scuola ogni venerdì dall'agosto 2018. Il 15 marzo scorso uno sciopero globale per il clima della scuola e dell'università ha avuto luogo in oltre duecento città con più di 1 milione e mezzo di partecipanti (secondo gli organizzatori). Lo sciopero, più generalizzato, iniziato il 20 settembre ha avuto una partecipazione ancora maggiore.
Il movimento è stato attaccato da varie forze conservatrici, ma ha anche ricevuto molto consenso e solidarietà. Centinaia di scienziati hanno firmato lettere aperte, e molti sindacati stanno sostenendo attivamente il movimento, anche invitando il corpo docente a supportare le loro studentesse e i loro studenti. Alcuni insegnanti hanno addirittura partecipato direttamente agli scioperi per il clima.
È lo sviluppo più promettente da anni – forse persino da decenni – nella lotta contro la crisi climatica. Se questa dinamica continua, è possibile che gli scioperi guidati dai giovani si uniranno alle lotte delle insegnanti per migliori condizioni di lavoro, mettendo insieme le richieste ambientaliste con le battaglie sui servizi pubblici. È questo il percorso per un cambiamento più radicale: la liberazione dal modello economico capitalista e dai pericoli che comporta per le nostre vite e il nostro ambiente. Come dimostrano gli scioperi per il clima, non devi salvare il pianeta da solo.