reintervengo direttamente postando una citazione lunga di J.Butler che aderisce molto bene al tema del topic, presente nel testo "Dialoghi sulla sinistra" scritto a sei mani con Laclau e Zizek, che per altro consiglio di leggere, con la premessa che necessita di qualche minima nozione base di filosofia (e psicoanalisi).
La rivendicazione di universalità avviene sempre in una data sintassi, attraverso una certa serie di convenzioni culturali in un luogo riconoscibile. [...] Non c'è un consenso culturale a livello internazionale su cosa dovrebbe e non dovrebbe essere una rivendicazione di universalità, su chi può farla e che forma debba prendere. Infatti, perché la rivendicazione operi, perché ottenga consenso e perché metta in atto performativamente l'universalità autentica che enuncia deve subire una serie di traduzioni nei vari contesti retorici e culturali in cui il significato e la forza delle rivendicazioni universali prendono forma. Questo significa che nessuna asserzione di universalità ha luogo al di fuori di una norma culturale e che, dato l'apparato di norme contese che costituisce il campo internazionale, nessuna asserzione può essere fatta senza allo stesso tempo richiedere una traduzione culturale. Senza traduzione, il concetto autentico di universalità non può varcare i confini linguistici che rivendica di poter varcare. Oppure bisogna porre la cosa in altro modo: senza traduzione il solo modo perché un'asserzione di universalità varchi un confine è l'adesione ad una logica coloniale ed espansionistica.
Un certo anglo-femminismo recentemente rinato in ambito accademico ha tentato di recuperare l'importanza di rivendicazioni universali sulle condizioni e i diritti delle donne (Okin, Nussbaum), senza prendere in considerazione le norme prevalenti nelle culture locali e senza raccogliere il compito della traduzione culturale. Questo tentativo di aggirare il problema che le culture locali pongono al femminismo internazionale ignora il carattere ristretto delle proprie stesse norme e il modo in cui il femminismo opera in piena complicità con i disegni coloniali degli Stati Uniti nell'imporre le proprie norme di civiltà attraverso una cancellazione e una decimazione delle culture locali del secondo e del terzo mondo. [...]
Questa è una visione limitata del colonialismo, che assume che il colonizzato emerga come soggetto in consonanza con norme che sono in modo riconoscibile eurocentriche. Secondo Gayatri Chakravorty Spivak l' "universalismo", così come l' "internazionalismo", comportano una sovrastima della politica incentrata sui soggetti di diritto e, in questo modo, oscurano nel modo di teorizzare le persone subordinate, la forza del capitale globale e le differenti forme di sfruttamento. [...]
In "Can the Subaltern speak?" Spivak nota "è impossibile per gli intellettuali francesi (riferendosi soprattutto a Deleuze e Faucault) immaginare il potere e il desiderio che potrebbe abitare il soggetto senza nome che è l'Altro dell'Europa". L'esclusione del subordinato "altro dell'Europa" è così centrale per la produzione dei regimi epistemici europei "che la donna subalterna non può parlare". Spivak non intende dire, con questa rivendicazione, che la subalterna non esprima i propri desideri, non formi alleanze politiche o ottenga effetti culturalmente e politicamente significanti, ma che nella concezione dominante dell'azione, la sua azione risulta illeggibile.
Il punto non sarebbe estendere un regime violento fino ad includere la donna subalterna come una dei suoi membri: lei vi è, infatti, già inclusa ed è precisamente la sua inclusione il mezzo che provoca la violenza della sua cancellazione. [...]
L'intellettuale del primo mondo non può astenersi dal rappresentare la donna subalterna, ma il compito della rappresentazione non sarà semplice, specialmente quando concerne un'esistenza che richiede una traduzione, perché una traduzione corre sempre il rischio dell'appropriazione.