Michela Murgia diede un'ottima definizione di femminicidio che, tra l'altro, fino a una quindicina d'anni fa era un termine tabù, proprio perché l'Italia non ha un problema di patriarcato. No.
In buona sostanza, la Murgia affermò che "femminicidio" è un termine usato non perché la vittima è femmina, ma perché la femmina è il motivo. Penso sia la definizione più acuta e chiara del termine. Se ancora non si capisce nemmeno il senso del lemma, questa discussione è impossibile oltre che inutile.
Io vorrei però rilanciare e dirvi che sì, ci sono anche altre problematiche afferenti. Non ho riportato, ad esempio, l'omicidio di Rita Tamellini a Fano, strangolata dal marito e malata da lungo tempo, perché avendo esperienze di assistenza, so quanto è dura e so che la potenziale morte dell'altro ti si mette addosso come un cappotto. Quello può essere un altro tipo di disperazione. Lui ha tentato il suicidio subito dopo, non è riuscito solo perché i figli si sono allarmati non riuscendo a rintracciarlo. Certo, ha scelto i barbiturici per sé e lo strangolamento per la moglie e questo è un fatto. Ma non voglio dilungarmi e vorrei semplicemente rifletteste su un dato inconfutabile: la rappresentazione della stampa, perché non è solo narrazione, è proprio drammaturgia. C'è una platea innanzi alla quale i giornalisti monologano sui moventi, sulla presunzione di colpevolezza, sui motivi che spingono le donne ad accettare "l'ultimo appuntamento" (come avessero la sfera di cristallo per sapere sia l'ultimo), sulla impossibilità ad accettare la libertà dell'altra per il forte stress emotivo derivante dall'essere innamorati e respinti. E quando la vittima è inattaccabile perché non beve, non fuma, si veste normalmente (quasi che questi possano essere motivi per perderci la vita, ma per quanto allucinante è un vecchio refrain), è semplicemente una ragazza che vuole studiare e andare avanti con la sua vita, si passa al setaccio la bontà di lui. Ma le faceva i biscotti, l'amava tanto, non aveva mai fatto male a una mosca, era solo molto provato. E anche dopo che è stata ritrovata, devi continuare a sorbirti le foto dei fidanzatini abbracciati che urlano una sola cosa: le voleva bene, vedete quanto le voleva bene? Chissà perché lo ha fatto... poi viene preso, perché non ha più soluzioni e ricomincia la cavalleria: stanco, stremato, non mangia, è molto provato. Lui è molto provato. Lui. Cazzo se volete capire cos'è il patriarcato è questo, ce lo avete sotto gli occhi, lo avete sempre avuto sotto gli occhi e se qualcuno non lo vede e perché non gliene frega un cazzo. Lei viene uccisa nel peggiore dei modi e con una feroce premeditazione, ma ehi, quello provato, stremato e stanco è lui. Chi non vede il vergognoso tentativo di legittimazione dell'omicidio di Giulia (e di tutte le altre, perché è sempre così) a carico di una larga parte maschile (e femminile, in senso più ristretto, ma davvero allarmante) di questa società o è imbecille o finisce coll'esserne complice. Non prendere posizione è prendere una posizione: quella del "non me ne frega un cazzo". L'importante è avere l'onestà di dirlo.