Vincenzo Paparelli

Aperto da bak, 27 Ott 2014, 16:31

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inquisitor

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c'ero. IL razzo mi passò a non più di 10 metri: vidi tutta la traiettoria, il razzo sfilarmi a fianco per poi schiantarsi in faccia ad un signore alla mia destra, e poi il fuggi-fuggi.
Poi più niente, il ricordo di mio padre che mi prende la mano e velocemente usciamo dallo stadio: piangeva mio padre, non solo per il tifoso con il razzo in faccia che in quel momento non sapevamo fosse morto, ma per il ricordo di uno stadio che solo pochi anni prima non era diviso in settori per distinte tifoserie, ma con laziali e romanisti mescolati a vedere insieme il derby, con l'unica preoccupazione che al massimo ci potesse scappare ogni tanto una scazzottata.
Ciao Vincenzo.


Luca Signifer

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Citazione di: vaz il 28 Ott 2014, 09:38
Ciao Vincenzo, sempre con noi. Un abbraccio a Gabriele.

naoko

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tommasino

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AquilaLidense

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Citazione di: ciceruacchio il 28 Ott 2014, 10:38
Il momento più basso del nostro tifo.
E peggio lo schifo seguito negli anni cn quei cori vergognosi.

Non siamo tutti così.

Ciao Vincè, perdonaci.

Bravo!

JoePetrosino

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Una delle pagine più nere del tifo in Italia.
Nera, nerissima, come quelle scritte infanganti che ancora marchiano Roma, come quel coro che ognuno di noi ha piantato nel cuore.
Vincenzo Paparelli con la sua morte ha segnato la vita di tutti noi laziali, e ci ha diviso, diviso dagli altri.

Riposa in pace
che lieve ti sia la terra

BobRock

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Io no, non c'ero.....ero spesso allo stadio con mio padre e mio fratello in quegli anni e spesso anche al derby ma quella volta no....siamo rimasti incollati al televisore ed alle notizie che filtravano in un misto di  dolore, incredulità e raccapriccio ma anche di consapevole odio per gli occupanti di quella curva che, a distanza di anni,  ancora non riescono a prendere distanza assoluta da quanto accaduto in quel giorno, tra connivenze e comprensione di quei tanti,  prima romanisti e dopo giornalettari..... Un abbraccio per te Vincenzo e per la tua vituperata famiglia che ancora è costretta a sentire e leggere tutto ciò che non è umano leggere...

AquilaLidense

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che...siusta

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Sledgehammer

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lo schifo + grande non sono quei 4 imbecilli decerebrati che scrivono e cantonano cori, ma l'accozzaglia di merd@ che fa passare tutto come goliardia (se proprio ne devono parlare). Inqualificabili.

Emfio

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Un abbraccio a Gabriele

Spartano

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blu73

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Tutti quelli che usano violenza durante e per un incontro di calcio segnano irrimediabilmente il fallimento della loro esistenza.

Ciao Vincenzo.
Complimenti a tuo figlio Gabriele, bella lettera.

soffiobinario

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A modo mio (di qualche anno fa).


I COLORI DI UN'EMOZIONE

Anche se solo ora me ne rendo conto, quei colori furono inestricabilmente legati a me in un mattino di cui si può leggerne la data dai quotidiani di quel giorno...

Ricordo ancora oggi l'odore di quella mattinata: odore di colla, quello pungente della coccoina per la precisione, mandorlato e forte, ad impregnare l'aria come se volesse impossessarsi delle molecole di cui è composta.
Credo che qualunque uomo o donna che si definisca di una generazione contemporanea o precedente a quella che qualcuno ha battezzato come "X" possa ricordare l'uso sconsiderato che si faceva attorno alla fine degli anni settanta di quella sostanza. Per tutte le generazioni delle ultime lettere dell'alfabeto basti sapere che essa rappresentava la soluzione ideale per qualunque intento creativo, purché indissolubilmente collegato all'atto di incollare. Che il prodotto di queste nobili intenzioni fosse poi realmente da considerare creativo anziché distruttivo, dipendeva dal punto di vista secondo il quale si analizzava la faccenda; non che fosse così importante stabilirlo, dopotutto: noi teneri virgulti di allora, anche nel caso assolutamente improbabile in cui fossimo stati attratti da tali minuzie filosofiche, eravamo troppo impegnati a spiccicarci le dita per potercene minimamente preoccupare.
In tutti i modi, qualunque fosse il suo valore etico, questo "sofisticato" strumento di tortura era d'uopo per appiccicare, su qualsiasi superficie semisolida, ogni elemento contenesse una benché minima quantità di cellulosa.
Di norma, gli oggetti dell'indicibile supplizio che inevitabilmente ne scaturiva erano dei semplicissimi pezzi di carta colorata, mentre, nel nostro caso, si preferiva infierire su delle foto di cronaca rapite ad alcuni articoli di giornale.

Fu proprio in questa maniera, con questa specie di prodotto alchemico che costruii - letteralmente - il primo e forse ultimo pezzo giornalistico della mia vita.
Rammento la foto sfocata, non so se dai miei ricordi o dalla grettezza della stampa di allora, e sotto, a fianco e ancora a scavalcarne i bordi, il rincorrersi di ghirigori come in uno dei murales di Keith Haring.
Erano assolutamente improponibili quegli scarabocchi se avessero dovuto rispondere all'esigenza didascalica per la quale dopotutto nacquero, ma densi di vitalità, come se lottassero con quell'attimo congelato nella carta, quasi a rifiutarsi di commentarne la tragedia lì rappresentata.
Ero grande in quel momento. Era grande anche l'ingenua volontà nel cercare di dare voce ad un sentimento così triste. Lo feci. Diedi sfogo a tutto quello che quell'immagine pietosa suggeriva alla mia puerile mente e, nel contrasto di una parete rossa del sangue di ciò che raccontava quella foto, ne scrissi il resoconto...

Non mi è possibile ora riportare anche solo parzialmente ciò che ne venne fuori, anche se immagino che riproponendolo all'opinione pubblica non mi aggiudicherei di certo il premio Pulitzer; eppure mi duole molto il fatto di non ricordarmi più quel che scrissi in quel mattino. Sono passati parecchi anni in fondo ed anzi, a ben pensarci, mi stupisco come ancora quel ricordo sia rimasto impressionato nelle pieghe astruse del cervello, come impigliato, per caso, senza un senso.

Immaginate una formica incastrata sotto un frammento di pietra piccolissimo ai vostri occhi, ma ancora più minuscolo lui, l'esserino, che si dibatte per farsi largo e riprendere il suo viaggio. Ora immaginate che l'insolente animaletto riesca a liberarsi del fardello che incombeva su di lui. Ecco, è questo che deve essere successo, con un pizzico di fantasia, nel momento in cui mi sono accorto della presenza di questa reminescenza infantile: il successo della formica, la vittoria dell'inconscio!

Eccomi qua allora, liberatomi del peso dell'oblio, a raccontare dell'episodio in cui, non ho alcun dubbio, nacque in me qualcosa: una coscienza destinata a rimanere inesplorata sino ad ora; nuovi elementi cromatici dei cui riflessi prima di questo momento non avrei mai scorto nemmeno i contorni, né il valore.

Ma quali sono, tra i tanti, i pigmenti di materia che avvolsero il mio cuore da quel giorno?
Sarà forse la vermiglia superficie del muro di cui poc'anzi vi narravo, che con protervia sosteneva e, coi suoi riverberi, invadeva il mio bell'articoletto? Oppure ad avermi sedotto non è altro che quella patina giallognola che lo opacizza nei ricordi, rendendo ancora più nostalgico il pensiero dei tempi andati?
C'entreranno nulla queste due colorazioni tenaci che si affacciano prepotenti nell'abisso della mia scarna memoria, a minacciare l'innocenza di una cronaca improvvisata?

Di certo quel giallo e quel rosso ebbero un'importanza inesorabile e cruciale nel fatto stesso che fu genesi di quella foto, di quella storia, di quei ricordi.
Ma no, non sono loro! Non lo sono, nel bene e nel male.

Ma quali allora?

Proprio per dar soddisfazione ai quesiti appena esposti che provo di nuovo a rituffarmi in quelle sensazioni ridestate all'improvviso.
Farlo è come rientrare con passi da adulto nella soffitta polverosa dove in altri tempi ero solito giocare a rimpiattino, e rovistare un po' qua e un po' e un po' là, scansando un mare di ragnatele nell'affannata ricerca di indizi che ripercorrano situazioni e luoghi di un'infanzia ormai distante.
Così, in pieno delirio rimembrante, riecco quella scuola elementare: l'aula con le sedie che riscopro troppo piccole anche solo per sostarci in piedi; la lavagna quadrettata ed i banchi così spossati da tanta di quella vivacità, che se solo si potesse convogliare in qualche modo getterebbe in crisi qualsiasi economia, in barba al Dio petrolio ed a tanti "derivati" tra i suoi Dei.
Mi ritrovo ancora a fare i conti con quel muro, quella parete, e, su di lei, l'opera prima di un bimbo un po' viziato e capriccioso. E mi rivedo. Biondo come il grano, tutto intento nella trama incomprensibile delle lettere calcate dalla biro come aratro inciderebbe un solco sul terreno. Percepisco appena qualche frase smozzicata che impazientemente attende dapprima di essere partorita, sibilando nelle fessure tra dentini aguzzi e l'apparecchio traballante a questa sollecitazione, e infine assecondata nel destino letterario di una forma viola alquanto astratta, degna più del "disonore" di una metropolitana che delle pagine di un giornale di qualsivoglia tiratura. Rincontro soprattutto quei tondeggianti occhini blu mentre divergono nell'impossibile impresa di seguire il senso delle frasi appena "ricamate" e catturare, nel frattempo, le sfuggenti indicazioni della musa ispiratrice.
Lei, per l'occasione, si era camuffata nell'amara riproduzione fotografica di un fatto accaduto il giorno prima...

Vi ricorderete certamente di quel "fattaccio brutto".
Era il 28 ottobre del 1979.
Fu la prima volta se la mente mi supporta, e si parlò di scempio, di sacralità insultata, di una verginità violata che non portò mai tanto sangue quanto allora. Una tragedia consumatasi nel tempo dello sbuffo di una sigaretta, forse la stessa che diede il via a quel dardo maledetto scagliato da una curva all'altra dello stadio, in una corsa fatale per più dell'unica vita che rescisse.
Paparelli: il nome della vittima sacrificale di un odio incomprensibile, nell'idolatria di una divinità avidamente seducente.
Roma: il luogo eletto, Urbe aeterna per inclinazione, in vilipendio e nobiltà; la mia adorata città, in un'arena che quel giorno sembrò davvero destinata a cogliere la triste gladiatoria eredità che i suoi avi gli avevano lasciato a testamento.
Suscitò scalpore la notizia, ed alcuni la ricordano ancor oggi; eppure dell'articolo che fu figlio naturale della fotografia, ormai orfano ed un po' illegittimo nelle grinfie di un me stesso più sincero, solo una frase mi emerge dai ricordi: "Il povero Vincenzo...".

...e lo sguardo ragazzino indugia ancora sulla foto, e si sofferma; ne scopre gli angoli reconditi, concedendosi le vie più impercorribili, prospettive assolutamente impraticabili, gli scorci maggiormente irraggiungibili. Si concentra sugli spalti tramortiti dallo shock, da polvere da sparo; sulle righe in calce a quella foto in bianco e nero che descrivevano, in origine, lo sconcerto di una perdita mai tanto tragica e mai tanto rimarcata; ed insiste su quelle fauci spalancate dalle grida avvelenate e invereconde del popolo impazzito; e più di tutto, sul corpo martoriato del "povero Vincenzo".

Ed ecco In quello sguardo rinascere i colori: il verde solo immaginato di quel prato maledetto, triste spettatore e messaggero di speranza; di là il rosa shocking delle zampe d'elefante accompagnate dalle ultime basette dell'epoca che sta andando. Spostando l'attenzione ancor più su, si può scorgere l'oro luccicante della Madonnina che attende mesta la prossima invettiva della massa un po' grigiastra: forse uno sgarbato invito a far qualcosa, qualunque cosa!
Così via nello splendore del Tecnicolor, mentre si compie un dramma che a nessun colore vuole appartenere, ma che alla differente cromia delle squadre contendenti deve la sua macabra esistenza.
E' solo in questo stesso istante, nell'esemplare e misero spettacolo della brutalità umana svolto di fronte al cobalto di due occhi ingenui, che trovo le risposte che cercavo: in quel caleidoscopio di tonalità bizzarre ed improbabili in cui la mia stessa fantasia di pargolo mi ha immerso, mi vedo distillarne due, come schegge impazzite ad infilzarmi l'anima. Sono lì quei due colori stretti in pugno ad un uomo come me, aggrappati ad un vessillo simbolo d'amore, di disperata appartenenza, segnati per sempre dai rivoli cremisi di quell'[...]a...

Assistendo a questa scena dolorosa, proprio mentre la rivelazione completa del passato comincia ad apparirmi vacua e senza alcun significato, sono attratto dai gesti immaginari di quel me stesso ragazzino, e mi rivedo ancora.

Sapete cosa feci?

Ripulii la macchia della sciarpa improvvisando, con gli occhi disperati di chi non vuol capire, la rassettai teneramente incurante delle tracce che ne rigavano la lana, e, con la stessa leggerezza con cui proprietario ne mostrava le fattezze, le ridonai inconsapevolmente la lucentezza e l'innocenza creduta ormai scomparsa.

Tuttavia, solo quello che successe nei giorni che seguirono quel triste avvenimento possono rendere pieno il senso di tutto ciò. Il ricordo mi assale all'improvviso, come se lo vivessi per la prima volta, e assisto senza fiato.

Inventai un rifugio confortevole, dove la realtà era sottoposta a regole diverse: un riparo dove i sogni di un bambino non avrebbero mai posato in un documentario liso, sciolto nell'ebano e l'avorio, e dove un sentimento non sarebbe mai stato umile comparsa fra le righe di un trafiletto delle cronache più nere.
Proprio lì, in quella casetta su un albero scippato ad Huckle Berry Finn, portai con me tutti i pennarelli che potevo, le mie cere e pure un paio d'acquerelli.
Accadde come in molti giochi di quella dolce età, dove per dare forma a tutte le figure bisogna offrirgli in dono la sostanza dei colori. In quell'autunno in cui le foglie sopra i rami parevano indecise sul da farsi, afferrai quasi con rabbia gli strumenti della mia vendetta e con loro dipinsi con trasporto tutte le mie cose, le più care, le più belle.
Nel farlo, tra tutti, usai solo due colori!

Oggi non riesco facilmente a ritornare in quel rifugio, ma quelle "cose" le vedo sempre come allora: grandi, emozionanti e colorate di nuvole e di cielo.

BIANCOCELESTI.

...Fu in questo modo che il giorno in cui conobbi il prezzo di una passione, scoprii di che colori è fatta, nel mio cuore, un'emozione


Soffiobinario
(28/10/2003)

In ricordo di:
Vincenzo;
Carlo, mio fraterno amico;
Tommaso, Cecco e tutti gli altri, indomabili aquilotti.

Dedicato a tutti coloro che non li potranno mai dimenticare.

bak

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Tutto cominciò con Paparelli

35 anni fa l'omicidio del tifoso laziale in curva. Un razzo sparato da Fiorillo lo uccide poco prima del derby. La lettera del figlio Gabriele: "Sabato a Napoli niente violenza"

Sono passati 35 anni, era il 28 ottobre del 1979 eppure l'assassinio di Vincenzo Paparelli all'Olimpico segna l'inizio di una lunga spirale di violenza. Era seduto in curva Nord in attesa di assistere a Roma-Lazio, non tornò più a casa lasciando nelle disperazione la moglie Vanda e i suoi due figli. Una vita spezzata a soli 33 anni, una famiglia praticamente distrutta. Stava mangiando un panino mentre osservava due razzi di segnalazione partiti dalla Sud, finiti fuori dagli spalti dopo un lungo zig-zag, il terzo gli fu fatale, compie una linea retta di quasi 150 metri e lo colpisce in pieno volto conficcandosi dentro un occhio. Vincenzo si piega su se stesso, la moglie, seduta accanto a lui, comincia a urlare chiamando aiuto. Arrivano i medici, l'ambulanza lo porta di corsa al Santo Spirito dove arriva cadavere. La tragedia è compiuta, il racconto di un derby surreale che mai si sarebbe dovuto giocare, la rabbia dei laziali, l'incredulità dei romanisti, tutto inutile.

Alla fine si scoprirà l'autore del folle gesto, Giovanni Fiorillo, 18 anni, pittore edile disoccupato. Scappa la sera stessa da Roma, prova anche ad espatriare in Svizzera. Dopo quattordici mesi, vinto dal rimorso, si costituisce e viene condannato dalla Cassazione (1987) a sei anni e dieci mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Anche la sua vita è distrutta tanto che morirà giovanissimo il 24 marzo 1993 a causa di un male incurabile. Durante il periodo di latitanza aveva chiamato quasi ogni giorno Angelo Paparelli, fratello di Vincenzo, per scusarsi e giurare che non voleva uccidere nessuno.

La pagina brutta continua per anni con vergognosi cori dei romanisti («10-100-1000 Paparelli»), scritte oltraggiose sui muri di Roma (le ultime l'anno scorso al Verano) e propositi di vendetta dei laziali («per un laziale ucciso non basta il lutto, commando ultrà pagherete tutto») fino alla riconciliazione generale degli ultimi anni. Nel 2001, viene posta una targa in memoria di Vincenzo all'Olimpico, lato curva nord.

Dopo Paparelli l'elenco è troppo lungo, vite strappate negli stadi o nelle vicinanze. Dal triestino Stefano Furlan (8 febbraio 1984, Triestina-Udinese) al rossonero Marco Fonghessi (30 settembre 1984, Milan-Cremonese). Poi il romanista Antonio De Falchi (4 giugno 1989, Milan-Roma), il genoano Vincenzo Spagnolo (29 gennaio 1995, Genoa-Milan), il messinese Antonino Currò (17 giugno 2001, Messina-Catania), il napoletano Sergio Ercolano (20 settembre 2003, Avellino-Napoli), il laziale Gabriele Sandri (27 novembre 2007, Inter-Lazio) e il parmense Matteo Bagnaresi (30 marzo 2008, Juve-Parma). Senza dimenticare l'ispettore Raciti nel 2007 colpito a morte durante il derby Catania-Palermo.

Luigi Salomone


skizzo87

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Citazione di: bak il 28 Ott 2014, 12:13
Tutto cominciò con Paparelli

35 anni fa l'omicidio del tifoso laziale in curva. Un razzo sparato da Fiorillo lo uccide poco prima del derby. La lettera del figlio Gabriele: "Sabato a Napoli niente violenza"

Sono passati 35 anni, era il 28 ottobre del 1979 eppure l'assassinio di Vincenzo Paparelli all'Olimpico segna l'inizio di una lunga spirale di violenza. Era seduto in curva Nord in attesa di assistere a Roma-Lazio, non tornò più a casa lasciando nelle disperazione la moglie Vanda e i suoi due figli. Una vita spezzata a soli 33 anni, una famiglia praticamente distrutta. Stava mangiando un panino mentre osservava due razzi di segnalazione partiti dalla Sud, finiti fuori dagli spalti dopo un lungo zig-zag, il terzo gli fu fatale, compie una linea retta di quasi 150 metri e lo colpisce in pieno volto conficcandosi dentro un occhio. Vincenzo si piega su se stesso, la moglie, seduta accanto a lui, comincia a urlare chiamando aiuto. Arrivano i medici, l'ambulanza lo porta di corsa al Santo Spirito dove arriva cadavere. La tragedia è compiuta, il racconto di un derby surreale che mai si sarebbe dovuto giocare, la rabbia dei laziali, l'incredulità dei romanisti, tutto inutile.

Alla fine si scoprirà l'autore del folle gesto, Giovanni Fiorillo, 18 anni, pittore edile disoccupato. Scappa la sera stessa da Roma, prova anche ad espatriare in Svizzera. Dopo quattordici mesi, vinto dal rimorso, si costituisce e viene condannato dalla Cassazione (1987) a sei anni e dieci mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Anche la sua vita è distrutta tanto che morirà giovanissimo il 24 marzo 1993 a causa di un male incurabile. Durante il periodo di latitanza aveva chiamato quasi ogni giorno Angelo Paparelli, fratello di Vincenzo, per scusarsi e giurare che non voleva uccidere nessuno.

La pagina brutta continua per anni con vergognosi cori dei romanisti («10-100-1000 Paparelli»), scritte oltraggiose sui muri di Roma (le ultime l'anno scorso al Verano) e propositi di vendetta dei laziali («per un laziale ucciso non basta il lutto, commando ultrà pagherete tutto») fino alla riconciliazione generale degli ultimi anni. Nel 2001, viene posta una targa in memoria di Vincenzo all'Olimpico, lato curva nord.

Dopo Paparelli l'elenco è troppo lungo, vite strappate negli stadi o nelle vicinanze. Dal triestino Stefano Furlan (8 febbraio 1984, Triestina-Udinese) al rossonero Marco Fonghessi (30 settembre 1984, Milan-Cremonese). Poi il romanista Antonio De Falchi (4 giugno 1989, Milan-Roma), il genoano Vincenzo Spagnolo (29 gennaio 1995, Genoa-Milan), il messinese Antonino Currò (17 giugno 2001, Messina-Catania), il napoletano Sergio Ercolano (20 settembre 2003, Avellino-Napoli), il laziale Gabriele Sandri (27 novembre 2007, Inter-Lazio) e il parmense Matteo Bagnaresi (30 marzo 2008, Juve-Parma). Senza dimenticare l'ispettore Raciti nel 2007 colpito a morte durante il derby Catania-Palermo.

Luigi Salomone
Riconciliazione generale una ceppa. Le scritte post 26 Maggio non si scordano.

Comunque RIP Vince'.

simcar

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Citazione di: bak il 28 Ott 2014, 12:13
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35 anni fa l'omicidio del tifoso laziale in curva. Un razzo sparato da Fiorillo lo uccide poco prima del derby. La lettera del figlio Gabriele: "Sabato a Napoli niente violenza"

Sono passati 35 anni, era il 28 ottobre del 1979 eppure l'assassinio di Vincenzo Paparelli all'Olimpico segna l'inizio di una lunga spirale di violenza. Era seduto in curva Nord in attesa di assistere a Roma-Lazio, non tornò più a casa lasciando nelle disperazione la moglie Vanda e i suoi due figli. Una vita spezzata a soli 33 anni, una famiglia praticamente distrutta. Stava mangiando un panino mentre osservava due razzi di segnalazione partiti dalla Sud, finiti fuori dagli spalti dopo un lungo zig-zag, il terzo gli fu fatale, compie una linea retta di quasi 150 metri e lo colpisce in pieno volto conficcandosi dentro un occhio. Vincenzo si piega su se stesso, la moglie, seduta accanto a lui, comincia a urlare chiamando aiuto. Arrivano i medici, l'ambulanza lo porta di corsa al Santo Spirito dove arriva cadavere. La tragedia è compiuta, il racconto di un derby surreale che mai si sarebbe dovuto giocare, la rabbia dei laziali, l'incredulità dei romanisti, tutto inutile.

Alla fine si scoprirà l'autore del folle gesto, Giovanni Fiorillo, 18 anni, pittore edile disoccupato. Scappa la sera stessa da Roma, prova anche ad espatriare in Svizzera. Dopo quattordici mesi, vinto dal rimorso, si costituisce e viene condannato dalla Cassazione (1987) a sei anni e dieci mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Anche la sua vita è distrutta tanto che morirà giovanissimo il 24 marzo 1993 a causa di un male incurabile. Durante il periodo di latitanza aveva chiamato quasi ogni giorno Angelo Paparelli, fratello di Vincenzo, per scusarsi e giurare che non voleva uccidere nessuno.

La pagina brutta continua per anni con vergognosi cori dei romanisti («10-100-1000 Paparelli»), scritte oltraggiose sui muri di Roma (le ultime l'anno scorso al Verano) e propositi di vendetta dei laziali («per un laziale ucciso non basta il lutto, commando ultrà pagherete tutto») fino alla riconciliazione generale degli ultimi anni. Nel 2001, viene posta una targa in memoria di Vincenzo all'Olimpico, lato curva nord.

Dopo Paparelli l'elenco è troppo lungo, vite strappate negli stadi o nelle vicinanze. Dal triestino Stefano Furlan (8 febbraio 1984, Triestina-Udinese) al rossonero Marco Fonghessi (30 settembre 1984, Milan-Cremonese). Poi il romanista Antonio De Falchi (4 giugno 1989, Milan-Roma), il genoano Vincenzo Spagnolo (29 gennaio 1995, Genoa-Milan), il messinese Antonino Currò (17 giugno 2001, Messina-Catania), il napoletano Sergio Ercolano (20 settembre 2003, Avellino-Napoli), il laziale Gabriele Sandri (27 novembre 2007, Inter-Lazio) e il parmense Matteo Bagnaresi (30 marzo 2008, Juve-Parma). Senza dimenticare l'ispettore Raciti nel 2007 colpito a morte durante il derby Catania-Palermo.

Luigi Salomone

Purtroppo dalla Lista manca anche Filippini, morto dopo Ascoli-Inter.

GuyMontag

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Oggi mi è capitato al bar il Messaggero.
Ho cercato con attenzione, anche nell'inserto di cronaca cittadina.
Neanche una parola.

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vaz

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Citazione di: GuyMontag il 28 Ott 2014, 13:20
Oggi mi è capitato al bar il Messaggero.
Ho cercato con attenzione, anche nell'inserto di cronaca cittadina.
Neanche una parola.

idem le hp di gazzetta e repubblica, le quali in bella mostra presentano articoli sui sosia della roma e sul pelo del calcio femminile nel cda della roma.
che voi siate maledetti.
merde putride.

Alexia68

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Gabriele Paparelli ora a LSR.


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