Io ci andrò.
Anche se francamente ne ho abbastanza della poetica e retorica settantaquattrista, delle immagini in bianco e nero con Chinaglia che segna sotto la sud, delle milionesima domanda al giocatore dello scudetto sul clima dei rapporti nello spogliatoio, insomma della deriva reducista che implacabile ti assale in occasioni come queste che cominciano a essere tante ora troppe. Ma ogni tanto fa piacere rivedere vecchie glorie, con i capelli bianchi e un po' appesantite, spesso irriconoscibili che quando ti spiegano chi sono ti viene un tonfo al cuore tanto è la distanza dei tuoi ricordi da quello che ti si presenta in quell'istante in campo.
Ci vado senza minimamente curarmi del fatto che tutto questo sia organizzato per l'ennesimo complotto contro la società. Anche perché se oltre 40 mila laziali hanno risposto all'appello, ciò significa che la connessione tra società e popolo laziale attualmente proprio non esiste, non funziona. E mi dispiace tutto questo ma non posso farci niente. C'ero domenica con la Fiorentina. Ci sarò stasera. Arriveranno momenti migliori ma intanto dove sventola una bandiera bianca e celeste io sono lì, almeno con il mio sorriso e so che non sarò l'unico.
Pensare che poi il promoter dell'iniziativa sia Pino Wilson, il c.d. "capitano" protagonista di uno scudetto ma anche di una pagina nera che portò a uno dei decenni più brutti della nostra storia, non mi pone alcun problema. Per una festa può essere sufficiente e il tempo aiuta anche a superare certe cose, specie se a distanza di 36 anni dai fatti.
Se è vero che questa saga dei "Di padre in figlio" rischia di portarci in un mondo virtuale in cui l'idea della Lazio è più importante della Lazio stessa, ciò significa che la Lazio è un' idea prima ancora che una ragione sociale e che il tifoso se non trova motivazioni che mobilitano un popolo nel campo dove si svolgono le sfide della sua squadra, talvolta se le autogestisce e allora si riunisce non per contarsi ma per stare insieme, senza esclusioni, tessere e provvedimenti delle autorità.
12 anni fa Lotito ha fatto la cosa giusta dal suo punto di vista di imprenditore, ossia salvarci e riportarci in carreggiata. Ma gestire una società di calcio non significa semplicemente svolgere un lavoro ragionieristico. Se dopo 12 anni stiamo ancora a ricordarlo significa che il problema non è mai stato affrontato né risolto.
Anche io mi sono ciucciato gli 11 anni di B degli anni 80 e anche io mi sono dovuto sorbire certi partitoni con Cavese, Samb, Rimini e Spal, così come con Taranto, Campobasso, Catanzaro e Bari, mentre davanti casa mia si sognava tra Dundee e Sofia, Goteborg e Berlino, fino a sfiorare il colpo definitivo con i reds (dove se la presero in quel posto).
Anche ho visto giocare dal vivo Podavini, Chiodi, Vinazzani, Speggiorin e Vella, ma anche Magnocavallo, Sgarbossa, Filisetti Mandelli, Monelli e Galderisi e potremmo andare ancora oltre. Insomma gente che per quell'epoca e in quelle condizioni faceva emozionare perché c'erano traguardi enormi da raggiungere, ossia tornare nel calcio che contava visto che eravamo stati messi fuori da tutto. E allora una salvezza disperata dalla serie C, come la promozione in serie A erano i nostri scudetti, le nostre champions. Fare uno scambio con quelli di oggi non ha alcun senso né storico, né calcistico. L'unica cosa che si può dire è che in serie A, specie in quella di oggi, un ottavo posto equivale a consegnarsi all'anonimato che non serve a niente né a nessuno. Per questo si farà fatica tra 5 anni ricordarsi di un Bisevac, mentre arriverà subito il nome di un Monelli o di un Gabriele Pin, protagonisti con noi in serie B di partite di un quarto di secolo fa.
Viene prima un'idea della sua ragione sociale. E questa sera servirà a ridargli slancio e vigore in attesa di tempi migliori.
FORZA LAZIO