Aggiungo una cosa, scusate il doppio post.
ING fa un esempio corretto, che fa parte di questo pathos: se io augurassi fuori da quel momento sacro ciò che auguro ad avversari e arbitro durante la partita sarei da arrestare. Ma questo non vale solo per gli avversari, il fatto che l'espressione sia smisurata, fuori controllo, fa parte del senso e del ruolo catartico del calcio o di qualsiasi sport che non si limita ad essere solo sport.
È chiara anche un'altra cosa, almeno a me sembra.
Alla base di questa identificazione viscerale che ti fa odiare un giocatore (o un Presidente) perché il suo fallimento è un po' il tuo, che ti fa però anche vivere il successo della squadra o il grande gol come il tuo, per cui ci si arriva anche a menare ci deve essere - almeno in forma minima - un proprio malessere e una proiezione.
Non ci si mena per il calcio, né per la squadra, ma per la proiezione di sé che rappresentano. Ora senza fare un profilo clinico del tifoso "ultras" (inteso non come movimento, ma come modo di tifare) non è un caso che solitamente chi è soddisfatto di sé, chi si sente in larga parte realizzato (non necessariamente come benessere materiale, ma in termini compiuti) magari si vede tutte le partite, è molto attaccato alla squadra, ma non è "malato di Lazio".
Secondo me non la capisce proprio questa frenesia accecante.
Anzi, la vede anche in modo problematico.
Per me non lo è. Questa funzione esiste da quando esiste la civiltà, sono riti collettivi che vanno dall'antichità ad oggi ineludibili da nessuna forma di razionalità illuminata.
PS. Tarallo, dire ad un laziale che è una merda romanista ha zero impatto, ma continui a ragionare con un'analisi costi/benefici o un utilitarismo propri del razionalismo illuminato che di ciò che stiamo analizzando.
Chiaro che ha zero impatto sulla squadra mentre magari i fischi si, ma tu nel dargli della merda romanista lo stai coprendo col peggiore degli insulti (e lo sai), a chi fondamentalmente si esprime in quel modo perché trascinato da questo sacro fuoco.
È molto peggio che incidere negativamente sul risultato, in quest'ottica, che non è quella del calcolo razionale dell'utilità.
Guidone inizia le sue trasmissioni con il monologo di The Fan con De Niro.
Ora, io non penso che la sua sia un'apologia di un tizio malato di mente che rapisce il figlio di un giocatore di baseball solo perché non ha mostrato la giusta considerazione. Ma coglie, in quel monologo, un aspetto che - nelle giuste proporzioni - considera vero e presente. Ecco, io uguale.
Se arrivi a rapire un ragazzino sulla base di quella roba vai arrestato, ma quella roba c'è, quella roba è IL tifo. Non inteso come sostegno alla squadra, ma come compenetrazione tra "Io" e "Squadra". Ed è il giocatore che deve portare rispetto a quella roba, non il contrario. perché è quella che gli fa avere le belle macchine, non io che devo ringraziarlo perché razionalmente lui fa vincere la squadra.
Temo che stiamo confrontando due mondi allo specchio in cui nessuno dei due può ergersi a "davvero reale". Perché sono semplicemente due realtà speculari.
Il problema è quando con arroganza una delle due vuole negare l'altra come irreale o folle o anti-. Cosa a mio avviso gravissima. Perché, alla fine, vivono l'una dell'altra.