Sono all'estero per lavoro da una quindicina di giorni e oggi (purtroppo) non sono neppure riuscito a vedere la partita.
Perciò gli episodi non li posso commentare con cognizione.
Certo è che la striscia delle ultime tre partite è preoccupante: l'acchittatore, il permaloso e il visionario. Sembra un film di Sergio Leone.
Ma le cose ancor più preoccupanti secondo me sono due.
La prima, ampiamente commentata (da tutti tranne che dall'AIA, che avrebbe dovuto essere la prima a farlo), è che in una partita di Serie A un arbitro, dopo aver ravvisato un fallo da rigore (in questo supportato dai suoi colleghi al VAR) pur di non dare la massima punzione ha pensato bene di inventarsi un fallo inesistente (nella chiara perplessità dei suoi colleghi al VAR). E su tale episodio, di enorme gravità perché dimostra una atteggiamento preconcetto incompatibile con la funzione di arbitro, chi occupa il vertice dell'associazione di categoria ha ritenuto di glissare, quasi fosse un errore veniale, e anzi ha promosso la prestazione (fallimentare) dell'arbitro.
E l'affermazione di circostanza dietro la quale si è cercato di nascondersi - e cioé che il rigore "non c'era" - è assolutamente fuori fuoco (e anch'essa a sua volta indice di un atteggiamento non "onesto" intellettualmente). Questo non tanto perché almento TRE arbitri (che poi erano gli unici il cui giudizio contava) hanno ritenuto il contrario, mentre va da sé che l'opinione dei millemila "esperti" dell'ora dopo vale quello che vale, ossia molto poco, per non dire zero. Ma soprattutto perché il problema è altrove, ossia sulla dolosa manipolazione della decisione pur di non arrivare a quella che l'arbitro riteneva corretta.
Facendo le debite proporzioni, la situazione non è molto diversa da quella del giocatore che combina la partita e che in passato ha portato a squalifiche, radiazioni e retrocessioni.
Tutto ciò nell'assoluto silenzio della Federazione e dell'AIA.
La seconda cosa, verosimilmente legata alla prima, è questa frase che serpeggia negli ambienti dell'AIA e che probabilmente sintetizza un'opinione diffusa in questo mondo: "La Lazio è inarbitrabile".
Il che, detto dal Pistocchi o dal Bargiggia di turno, potrebbe pure starci. Ma se viene fatto filtrare dal mondo arbitrale (e mi sembra che i vertici più di una volta hanno fatto intuire di pensarlo) è gravissimo,
perché dimostra un atteggiamento di pregiudiziale ostilità assolutamente incompatibile con quelle che dovrebbero essere l'autonomia e la imparzialità di giudizio che dovrebbero connotare il ruolo arbitrale.
E' come se il Giudice, chiamato a giudicare del possibile reato di una persona nata a Tor Bella Monaca, dicesse a mezza bocca "certo quelli di Tor Bella Monaca sono incorreggibili". Con quale tranquillità il cittadino di Tor Bella Monaca si assoggetterebbe al giudizio di quel Magistrato?
E questo con l'aggravante che un tale atteggiamento di ostilità preconcetta - che nel nostro caso ha pure dei riscontri oggettivi (si vedano ad es. le statistiche falli/ammonizioni/espulsioni su cui Leastsquare ha richiamato invano l'attenzione) - viene ad innestarsi sul manifesto sdoganamento di una applicazione assolutamente discrezionale (per non dire arbitraria) del regolamento, nella quale i protocolli, i codicilli e le circolari modificano giornata per giornata il contenuto delle regole e la loro applicazione, spesso ex post, conferendo di fatto all'arbitro il potere di "creare" volta per volta la regola del caso concreto.
Se gli arbitri pretendono, giustamente, rispetto devono essere i primi a mettersi nelle condizioni per esigerlo. Se non lo fanno, in attesa che vengano cacciati, meritano tutte le critiche, anche le più irrispettose, che ricevono e non hanno alcuna legittimazione per lamentarsene.