Prima di tutto ringrazio arkham per l'opportunità.
Argomento ghiotto (anche se non mi piace il titolo: "culturalmente subalterni", specie in considerazione dei soggetti in questione).
Culturalmente diversi, sì, però. Nel fiorire delle argomentazioni, emerge una varietà di "tipi laziali" che quelli dellà se li scordano.
C'è il menefreghista. A me se la dandini oppure zoro o alberto sordi o de rossi migliore in campo mi scuce la fodera del cazzo. Non li vedo e non li sento. Tanto co tutta sta propaganda che hanno tirato fuori? Una squadra piena di buffi osannata da una manica di [...]. E co tutta sta propaganda so due anni che ce stanno sotto, e - comunque - non avete mai vinto una ceppa. Muti. Siete come gli spicci. Tanti, fate rumore e nun valete un cazzo. Fuori dal raccordo si parla di cucchiaio alla Panenka. Solo qui dentro si parla di cucchiaio alla totti.
C'è il complottista. Rolex. Fidejussioni. Rigori a go-go. Grandi vecchi, baffini e baffetti, massonerie giallorosse. Salvati quando non dovrebbero, indenni da tutte le porcherie anche se tutti sanno che ci stavano dentro fino al collo, dai dimartini che si dimenticano le partite loro, ai calciopoli che misteriosamente fanno fuori le avversarie. A partire dalla madre di tutte le corruzioni, il caso di Vautrot dove la roma - condannata per tentata corruzione ad un arbitro - non si sa come ora è la paladina del calcio pulito.
C'è l'accerchiato. I complotti non sono necessariamente contro di noi. L'accerchiamento è essenzialmente anti-laziale. Redazioni intere di giornali, sportivi e non, che scrivono dopo essersi sparati una peperonata, cronisti di televisioni nazionali che si comportano come galoppini di romaciannel, e commentatori che nun gliela fanno proprio a non declamare il loro giallorottismo ogni due per tre. Ministri e sottosegretari che vanno con la sciarpetta al collo (gasparri non è in questa categoria, sta fra i comici, è quello che imita neri marcorè), la roma è simpatica, i loro vandalismi sono puncicate, i loro buu sapientemente sfumati, mentre noi siamo sempre in mezzo. brutti, sporchi, cattivi.
C'è l'apostolo della mancanza di comunicazione. La Lazio e i laziali non sanno comunicare. O hanno paura di farlo. Abbiamo gente che a quelli dellà manco li guarda, ma non si espone. Meglio lo status quo, in definitiva. Manca una strategia, c'è un sottile filo di invidia perché loro sanno comunicare. Spalleggiati dai media, credenti in un dio di plastilina, riescono a creare "lo sputo a totti", "il calcione di balotelli", manca poco che il razzista balotelli a ponte milvio ha bersagliato di banane i poveri tifosi giallozozzi. Ma ci arriveranno. E la Lazio? La Lazio non fa nulla, il mondo laziale attende supino le iniziative altrui...
Non è che queste scuole di pensiero siano monolitiche, si contaminano a vicenda, anche io passo da un superiore menefreghismo ad un furore belluino per l'idiota di turno che deve definire de rossi migliore in campo a prescindere e per la regia che inquadra a profusione il padre del suddetto, a vedere complotti nel modo in cui il mio giornalaio sorride quando vende l'onanista o a sentirmi circondato quando la repubblica spara un articolo al giorno sulle emorroidi del fesso o il cortrig si esibisce in vette sublimi con la roma di robben.
In generale, però, mi sento apostolo della diversità. E quello che ci rende diversi non è tanto il numero di vip che fanno outing o quello che pensa il triangolo di monteverde (che ci ho pure abitato, comunque, e monteverde E' biancoceleste). E' la nostra storia, che per me è come un continuo libro delle fiabe, sono le belle facce di cui parla arkham, è la nostra filosofia che - per autolesionista che sia, e autolesionisti come noi ce ne sono pochi - ci impedisce di accostarci al calcio con i paraocchi da somaro giallozozzo. C'è chi dice che i tifosi sono tutti uguali. Non sono d'accordo, però è in atto un tentativo di omologazione. Ci stiamo romanistizzando. E di questo non sono loro i responsabili, non sono gli zori, i dandiniguzzanti e nani e ballerine danzanti. Guardiamoci dentro, lo stadio biancoceleste, il NOSTRO stadio, è diventato un posto brutto, brutta è la lingua che vi si parla, parliamo come i cesaroni senza essere cesaroni...
Questa è la nostra battaglia. Interna, non esterna. Non siamo culturalmente subalterni nei confronti di nessuno, certo non del pattume sulla sponda sbagliata del tevere. Cominciamo a pensarlo, ad assumere i loro stilemi, e diventeremo una brutta copia di loro. Perché per fare i romanisti bisogna saperlo fare, e noi - al momento - ancora non ci riusciamo bene. Liberiamoci del pattume mediatico che abbiamo intorno, non di repubblica o di un cotrig che - tanto lo sappiamo - sono nemici dichiarati, e comunque non hanno portato né un punto né un tifoso a quelli dellà, ma dei comunicatori de noantri, dei condottieri radiotelevisivi che abbiamo, dei giornalisti che hanno paura a dichiararsi perché ciò famiglia, cominciamo a fare davvero... i laziali.
E comunque pikkio a zoro se lo lega al pisello.