Citazione di: Kim Gordon il 21 Mag 2014, 22:18
vabè, bellissima l'ultima pagina, davvero.
daje. rompemo tutto. poi lo rincolliamo diverso. insieme. alla fine è questo.
Sottoscrivo tutto. E come non farlo, ricordando quel 26 maggio.
Da punti di vista diversi, stiamo cercando di riprendere il filo di una matassa per niente lineare, ma che ci deve vedere, alla fine della fiera, dalla stessa parte.
Non è in discussione la lazialità che abbiamo scelto e coltivato con ostinazione, che nessun Lotito potrà toglerci, ma ciò che ostacola, mortifica, inibisce, questa passione. Questo esercizio di "resistenza" è la cifra del laziale, che è sempre emersa in tutta la nostra storia tormentata.
Ogni volta ci siamo rialzati. Ma quante volte il Flaminio come l'Olimpico, Tor di quinto come Formello, via Col di Lana come via Novaro, piazzale Flaminio come Ponte Milvio, sono stati teatro di contestazioni, proteste, scontri, diserzioni, manifestazioni? Quante volte la rabbia o la disperazione o la rassegnazione hanno riempito e svuotato lo stadio? Tante, come accade spesso dappertutto.
Se ci fosse una mutazione irreversibile (i cambiamenti ci sono, sono sotto gli occhi di tutti, ma parliamo di aggregazione sociale, di cultura popolare, quindi permeabili e reversibili come le idee delle persone) non avremmo assistito al 12 maggio. Avremmo, invece, un popolo di tifosi professionisti, che si attiverebbero solo per una squadra e una società freddamente competitivi, con il bilancino personale e un dossier con lo score di ogni giocatore. E, invece, questa gente si innamorerà sempre di un Savino, un Corino, un Gottardi e un Filippini.
Ma ci deve essere altro, come c'è sempre stato, anche con Chimenti e Chinaglia.
Vedi, caro Gesulio, in questi giorni in parlamento sono passate due misure che definire odiose è davvero un eufemismo. Il decreto Poletti formalizza la schiavitù nel mercato del lavoro, il decreto Lupi sulla casa riprende una legge dell'epoca fascista, negando le utenze vitali e la residenza alle famiglie "abusive" che occupano per necessità. Cose fatte dalla Thatcher in Inghilterra e da Reagan negli Stati uniti.
Bene, a Montecitorio, invece di una sollevazione generale, c'erano poche centinaia di persone. Questo dato di rassegnazione e di delega di massa ("la guerra civile simulata", sintetizzata dallo show combinato di Grillo da Vespa) potrebbe essere liquidato con un tono sprezzante contro "la gente", contro questo paese passivo, pronto a seguire il pifferaio magico di turno. Ma sarebbe riduttivo e, soprattutto, inutile per chi si pone ancora l'obiettivo di cambiare le cose presenti. Si rischia di avere la memoria corta e dimenticare ben altre partecipazioni avvenute in altre occasioni.
Ecco, con mille accortezze e le dovute differenze di scala (enormi), nel nostro caso dobbiamo comprendere le ragioni di un malessere diffuso che, a prima vista, mettono in fibrillazione lo "scopo sociale" del tifoso. Liquidarle come una "mutazione" di senso, ci porta solo a un'opera di rimozione poco produttiva.
Se invece le collochiamo in un contesto di per sé già penalizzante - un sistema calcio chiuso sugli interessi di pochi, maciullato dalla dittatura delle tv, militarizzato, mercificato in ogni angolo - potremo leggere sotto un'altra luce una contestazione così "controproducente". Continuo a pensare che i tifosi rappresentano ancora la parte migliore di questa follia, la parte gratuita, legata ai sentimenti e all'appartenenza.
Vista da qui, paradossalmente, non è uno straordinario controsenso d'amore sentirsi vivi, riempire uno stadio di lunedi sera, per una festa in famiglia e per immaginare una casa (Lazio) più accogliente, e un po' meno per un posto in europa league (quella competizione sempre sabotata dalla gestione societaria)?
Molta gente è esasperata non perché all'improvviso vuole il top player e perché lavora alla Consob, ma perché vuole ritrovare un senso smarrito, un'appartenenza sfigurata, un rapporto non fondato sulla presa per il culo, competitiva-gestionale-sentimentale. Questo significa appoggiare o sostenre la diserzione dallo stadio e l'autoammutinamento? No, assolutamente, e ne sono consapevoli anche i promotori della protesta. Ma occorre accogliere e capire le ragioni di fondo di questa frustrazione, guardando però avanti, immaginando un passo in avanti per rompere il circolo vizioso, per tornare a essere uniti.
Perché, da qualunque angolo la si vede, senza laziali non c'è la Lazio.