FD ha fatto una fotografia della situazione attuale per immaginare, a bocce ferme, dopo i due eventi di contestazione, se esiste un terreno da attraversare verso un obiettivo comune. Mi sembra che sulle ragioni della contestazione, bene o male, c'è una certa sintonia; la lettura diversa è tra chi dice che questo modo di fare è inefficace, velleitario e rischia di distruggere la lazio e la lazialità, cose che vivono "in eterno" e sulle ali della Storia, aggiungo io; gli altri dicono che è l'unico modo per riaccendere passione e partecipazione. Altri ancora sottolineano che la scarsa partecipazione già c'era prima e che dipende, tagliando con l'accetta, dal culo pesante del laziale, la sua indolenza, il venir meno del rapporto empatico con "l'idea".
Secondo me c'è proprio una lettura diversa tra causa ed effetto, tra una concezione "originarista" del tifo e della passione e un'altra che lo misura per come si esprime e si incarna, per come concretamente lo viviamo. Io non sono diventato laziale perché eravamo "la prima squadra della capitale" o perché qualcuno mi ha raccontato la nascita in piazza della Libertà. No. Molto banalmente, in un bar di Centocelle, vicino casa di mia nonna, c'erano due fotografie appese dietro al bancone. Una di Giordano, l'altra di Pruzzo. Ho visto quella maglia celeste incarnata nei movimenti e nell'eleganza di uno dei più grandi attaccanti del secolo scorso e mi sono innamorato.
A questo si sono aggiunti i racconti di mio padre che da bambino, appena arrivato a Roma da un campo profughi del nord Italia (lui era di Minturno, Latina), scelse prima il Napoli e poi la Lazio perché non ha mai sopportato le maggioranze rumorose, non perché non desiderasse diventare maggioranza (era comunista, voleva trasformare il mondo) e, per farlo, credeva che bisognava andare anche contro la cattiva coscienza delle "masse". Una vocazione a "stare contro" come scelta di libertà, di critica, di non buttare all'ammasso il cervello anche nel calcio come nella vita.
Questa "vocazione" alla lazialità come sana distinzione, come ben sappiamo, ha sempre avuto la sua faccia oscura, che nel tempo l'ha fatta coincidere con uno spirito identitario chiuso, gretto, imperiale e fascista, che si è sviluppato dall'alto (pensate alla presidenza di Brivio, "l'ultima raffica di Salò") e dal basso (molti giocatori e molti tifosi). Questo immaginario "complicato" si è diffuso parecchio negli ultimi venti anni. In mezzo, ci siamo noi, il nostro attaccamento, lo stadio, gli amici, un'identità multipla, la proiezione di questa idea nei giocatori e nella società. Una scelta di vita che porterò con orgoglio e amore nella tomba, ma la sua espressione cambia come cambia la vita. Alzi la mano chi dopo "quel" Lazio-Livorno non ha sentito intaccato il suo essere laziale.
Dal mio punto di vista personale, la lazialità è stato un campo ideale e materiale di battaglia, con la "mia" idea di Lazio che difendevo in cortile, contro i romanisti, in curva nord, a scuola, che hanno forgiato uno spirito combattivo e critico tipico di chi ha scelto una storia diversa dal "non si discute, si ama". La lazialità come continuo esercizio di presa di parola, di battaglia, per spiegare, comunicare, rettificare, costruire immaginari, combatterne altri che ci volevano appioppare o che, tragicamente, ci appioppavamo da soli.
Per questa ragione, io laziale (più di un romanista abituato a una mistificazione perenne) sento come una ferita aperta una cattiva rappresentazione della mia passione, la presa per il culo sulla gestione tecnica, il depotenziamento, il disprezzo sportivo che il presidente dimostra quando, nel momento del decollo, ti dice senza peli sulla lingua: devi stare bono e zitto, qui, non ti faccio volare.
Per queste ragioni sembriamo dei pazzi scatenati che si leggono i bilanci e proproniamo discussioni così lunghe, pesanti, ma anche così colte e appassionate. Perché siamo malati della Lazio e non vogliamo che ci si spegne la passione, già messa a dura prova da un giocattolo penoso, da stadi blindati e schifosi, da biglietti nominativi, dalla polizia a ogni angolo, dai cori razzisti e da un mondo ultras che gira su se stesso. Per decenni sono stato abbonato in Nord e in Maestrelli, poi sono diventato tifoso occasionale per le partite "peggiori" da vedere (derby) e dintorni, dove però sentivo la necessità di non disertare la trincea.
Già mi sorbisco la mafia della Figc, la sacra corona unita di Unicredit e difettosi, il calcioscommesse in ogni campionato, "giallorosso ebreo" in curva: se devo pure arrendermi alla gestione Lotito, alla mortificazione di una "utopia" (la crescita sportiva, l'Europa che conta, una società calcistica che si apre ai tifosi), ritiro fuori la cassetta di Lazio-Milan 2-2 (D'Amico al 92esimo) e accanno tutto.
Caro Gesulio e tutti, non lo so se ho risposto o se sono stato in tema. Dico solo che oggi, per me, contestare Lotito e tifare la Lazio è l'unico modo per non morire come tifosi. Capiamo se riusciamo a tirarci fuori qualcosa di buono per tutti.