Una riflessione ineccepibile, WBB, che fa da sfondo ai dettagli. Che sono tanti e diversi.
Il più importante è la percezione del nostro ruolo di tifosi. Nolenti o volenti, non c'è più spazio per quello che eravamo, ognuno nella sua nicchia, sperando di essere protagonisti di qualcosa, chi in curva chi in tribuna chi a casa chi social. Teppisti, clienti, opinionisti compulsivi e rassegnati. Ci hanno ridotto a questo. Non abbiamo avuto nemmeno la forza e la lucidità di capire che, prima di
questo derby, bisognava andare a scuotere una squadra in rigor mortis, paralizzata nelle sue paure e nei suoi errori. Un film già visto mille volte, la sottile linea rossa che attraversa la nostra storia nella stracittadina. Una sofferenza che molti di noi conoscono alla perfezione e che doveva essere affrontata con bel altri antidoti.
Continuiamo a fare guerre intestine, senza elaborare fino in fondo ciò che è successo dal 2004 a oggi, da quando siamo stati "commissariati" dalla politica e dai poteri forti che ci hanno regalato Claudio Lotito, allo stesso tempo colui che ci ha "salvato" e colui che ci anestetizza. Con l'illusione, tipo ombre cinesi, che a giorni alterni il presidente sia l'oppositore o il salvatore del sistema, invece di assumere che si tratta di una variabile prevista del sistema, funzionale a una dialettica di sistema, come quando in economia, Della Valle si oppone a Marchionne.
Ci siamo divisi in realisti e velleitari, ognuno convinto di difendere al massimo la "lazialità", mentre in realtà ci dividono per consentire, più facilmente, la normalizzazione di questa città, la grande opera futura (stadio), un giubileo "modello expo" da tingere di giallorosso, la bolla speculativa per tenere in vita i bond di Unicredit. Un affare da partito della nazione, un banchetto a cui parteciperanno tutte le parti politiche, comprese quelle che fanno finta di fare la guerra pro o contro Lotito, pro o contro la curva. Questo è il paradosso (come quando i casapound della nord contestano la tessera del tifoso inventata dal fido alleato leghista Maroni).
Davanti a questo scenario bisogna fare un salto in avanti per non finire nel sottoscala, emanciparci anche da una cattiva inerzia che ci accompagna da sempre, la sindrome di accerchiamento, che interiorizza una subalternità mista a rassegnazione. E che ci porta dritti-dritti a consolarci con i "bei tempi andati", pure se belli non lo sono stati.
Chi c'ha una certa, la mattina del 27 maggio 2013, oltre al godimento senza aggettivi, sapeva già quel che sarebbe successo negli anni seguenti: una sequenza di derby di merda, tra scarso mordente, sfortuna, dolo, e così via. Basta conoscere la storia della Lazio. E basta mettere in fila tutti gli errori per capire che ci stiamo dentro tutti: la società, con le cortine fumogene di campagne acquisti al limite del dolo; il mister, in confusione e incapace di dare una linea a presidente e giocatori; i giocatori, che si fanno prendere a pesci in faccia a destra e a manca, senza un sussulto di dignità; i tifosi, che in ipertrofia identitaria smarriscono il senso della propria mission, confinandosi nel ghetto consolatorio e autoreferenziale.
In tutto questo, nel suo piccolo o grande che sia,
Lazio.net resta uno spazio prezioso di confronto, di elaborazione, di circolazione non banale e non asfittica di idee e progetti, di modi di tifare non rassegnato alla miseria del presente. Proviamo a coltivarlo, senza napalm, chiamate alle armi o censure preventive.
Forse servirebbe una sorta di "stati generali dei laziali", per capire se questa storia, se tutta questa storia, non solo la squadra, sia o no "difficilmente migliorabile".
Non famo cazzate.