Mi sembra che FD ha riposto la questione con estrema lucidità.
Quello che mi sorprende del topic di Pikkio (che ho sempre stimato per lo stile e l'approccio...da 15 anni leggo molto e scrivo poco) è che, mosso da nobili intenzioni, si infila in un tunnel di generalizzazioni con una punta di conformismo fuori tempo massimo.
Generalizzazioni sulla composizione della protesta, sulle motivazioni, sugli attori. L'altra sera in curva nord non mancavano i soliti decerebrati della protesta (del tifo, direi), quelli degli ululati, delle mano a paletta, delle celtiche sulla sciarpa, dei ragazzi di Buda eccetera, quelli che magari in cattiva fede hanno flirtato per scopi [...] con vecchie e nuove dirigenze. Sicuramente c'erano, ma quello non era il "segno" della serata, non era la fotografia rappresentativa del tifo, l'anima della contestazione. C'era un "popolo" (parola insidiosa, megli moltitudine) laziale che, trasversalmente, ha preso coscienza dei limiti "colposi" di questa società e di questo presidente. Evito la lista della spesa, sperando che le ultime performance (leggi 31 gennaio) siano un terreno di giudizio critico condiviso.
Il conformismo invece lo vedo nella costruzione "ideologica" (non ideale) di un concetto di "Lazio" fuori dalla storia, dalla carne, dei sentimenti, delle vicissitudini materiali. La Lazio è libera a prescindere? Io penso di no. Perché ancora oggi paghiamo pegno, nel bene e nel male, di quello che le persone (tifosi, giocatori, dirigenti in carne e ossa) hanno determinato nella vita nella Lazio: le cose bellissime (l'atto di nascita per far giocare a calcio i figli del popolo, lo spirito Olimpico, i felici anni 50, la banda Maestrelli, il rifiuto di giocare contro il Barcellona nell'era franchista, l'orgoglio resistente degli Ottanta e cosi via) e le cose orrende (l'arrocamento identitario davanti la composizione popolare della Roma testaccina, il presidente Brivio "l'ultima raffica di Salò", i fallimenti societari, l'egemonia dei nazisti di fine anni Novanta, le vicende del calcio-scommesse).
Per queste ragioni alcune volte si deve scegliere, con intelligenza e senza appiattimenti forzati, quando in gioco c'è il senso di una appartenenza e di una passione. Abbiamo scelto nel 1986 scendendo in piazza contro De Biase, nel 2000 contro il biscottino già pronto, nel 2005 davanti l'agenzia delle entrate e, riferito più al "nostro" giro, quando da quel Lazio-Livorno abbiamo combattuto dentro e fuori lo stadio contro la deriva razzista. E quanto è stata fondamentale
Lazio.net per ricostruire una presa di parola non sfregiata dallo schifo..
Non c'è un prescindere, non c'è un'origne consolatoria che ci dispensa dall nesotre responsabilità, che risolve tutto per sempre (anche il "primi della capitale", a volte, diventa un'alibi comodo, un motivetto sterile); c'è la storia delle persone che determinano la storia di una società e di una squadra. Nella facile vulgata degli anni Ottanta, non c'è stato solo calore e amore assoluto e gratuito, come spesso ripetiamo, o meglio quell'amore è passato anche per contestazioni durissime, scontri e diserzioni veri e proprie. 1982, Lazio-Varese 3-2, tre gol di D'Amico: c'erano 5 mila persone che con le unghie e i denti difendevano la Lazio dalla serie C. Questo cosa dovrebbe spiegare? Che non c'era passione e partecipazione?
Questo per dire che tutti - soprattutto qui dentro - credo siano consapevoli delle contraddizioni di questa situazione, ma siamo giunti a una nuova consapevolezza: questa presidenza, questa gestione, date le possibilità economiche concrete (introiti tv, biglietti, sponsor, patrimonio tecnico) non ha intenzione di investire adeguatamente, frustra ogni ambizione, galleggia in una media da centrocalssifica e, soprattutto, tratta come esseri inferiori il suo più grande patrimonio: la passione, i sentimenti e l'intelligenza di gran parte dei tifosi laziali. L'umiliazione di ascoltare le parole di un padre-padrone degno della peggior tradizione italica, quella della intimità con i corridoi del potere, l'ipocrisia cattolica del predicare bene e razzolare male, la supponenza di chi confonde nozionismo da Settimana enigmistica con la cultura. Io mi vergogno di Lotito, come mi sono vergognato di Chimenti e di (quasi tutto) Chinaglia presidente, come invece ero orgoglioso di Gian Casoni, Calleri e Cragnotti, nonostante i tanti chiaro-scuri. Una vergogna non ha che fare automaticamente con i risultati sportivi, ma da diversi fattori, in primis il rapporto "sentimentale" e di dignità con i tifosi.
Secondo me oggi il quadro di insieme è esemplificato dal quel muro bianco di domenica sera. Questo non significa abbassare le antenne davanti ai rischi che troveremo sulla strada: strumentalizzazioni politiche, di potere, tentativi di rileggitimazione ex post di impiccioni e maneggioni. Mettiamo in campo gli anticorpi allenati in cento anni di cammino controcorrente.