Che poi questa cosa della provocazione è curiosa assai.
Qui si fa l'esegesi di una frase (per quanto fango sarete capaci di rovesciarle addosso) per partire in quarta.
Ohibò, questo parla di noi (noi chi? noi, l'assoluta maggioranza, I suppose).
Noi rovesciamo fango, allora dai le patenti di Lazialità.
Giustamente italicbold (mica uno qualsiasi, cioè, in effetti, uno qualsiasi) dice: chi getta fango sulla Lazio non é laziale.
Ci siamo tutti, a questo punto. Non è possibile nessuna interpretazione. E' così e basta. Lapalisse manco ce perde tempo a risponde.
Invece c'è più d'un che prende d'aceto. Come? Io contesto (perché si inalberano solo coloro che contestano, con qualsiasi gradazione) e tu mi dici che getto fango? Sulla Lazio? Ma io amo la Lazio.
Ritorniamo sempre là. Io amo la Lazio. Amore. E basta, anche se poi arriva sempre uno che si scandalizza (sembra che state a parla de un figlio invece che de na squadra de calcio). Di quel che ho letto qua di amore ce n'è poco assai. C'è sospetto, rabbia, rancore, e tant'altro. C'è Lotito, il convitato di pietra che esce fuori anche se sto parlando del prezzo delle patate alla cassa del Conad.
Mi ci accaloro perché conosco aquilante. Non di persona, manco un messaggio privato ci siamo mai scambiati. Ma l'ho sempre apprezzato enormemente, e vado sempre a leggere i suoi post, che sono sempre più stanchi, quasi desolati, come se cercasse ogni volta di spostare l'asticella, di ricondurre tutti ad un minimo comun denominatore, che dovrebbe essere ovvio ma ormai ovvio non è più. Sì, la Lazio. L'Amore. Cieco, incondizionato.
E invece né qua, né tampoco allo stadio esiste uno spazio, seppur minimo, di manifestarlo, questo amore. Perché l'odio, c'è poco da fa', si fa sentire più forte, tanto più forte. L'odio che si respira qua percola allo stadio, oppure viceversa, e alcune manifestazioni che a me fanno orrore, quali augurare la morte a qualcuno, oppure fischiare un giocatore della Lazio all'annuncio delle formazioni (una cosa che mi fa schifo, e affermo con forza che chi lo fa non è laziale), sono ormai state interiorizzate come la norma. Si, vabbé, lo stadio non è un teatro, il calcio non è un gioco per signorine, e non ci sono più le mezze stagioni. Ma io non mi ci ritrovo più. Non è questione di tifoso 1.0 o 2.0, del panino colla frittata o dei social network.
Il calcio, la Lazio, è diventato altro. Vediamo le trasmissioni in TV, i forum, i sòcialnettuo, ci rendiamo conto che il calcio è cambiato E CAMBIAMO ANCHE NOI. Come se ci si vergognasse a fare il tifo come una volta, senza i sipperò, la prestazione, i quattro campioni, e quello ha detto del pùlma. Non è il presidente, siamo noi che non ci siamo più, si è sovrapposta una coltre pesante tra noi e la nostra passione. C'è pudore, in quei pochi (la ormai sparuta minoranza) che magari vorrebbero parlare di cross, rigori negati, ricordare Magnocavallo e le trasferte a Catanzaro, essere contenti perché abbiamo vinto a Cagliari. E' una Lazio sparita, come negli acquerelli di Roesler Franz. Rivendichiamo tradizioni che noi stessi siamo i primi a calpestare (prestazione, competizione e risultato, alla faccia dello sport e dell'amore). Siamo in crisi di identità, oscillanti tra tifosi, clienti, esperti di borsa e di finanza, esegeti di ogni caccola del presidente e degli altri iscritti. Mi permetto di alzare una piccola, piccolissima staccionata. Io no. Non sono in crisi di identità, avverto solo un'infinita tristezza, ma anche una sfrenata volontà di gioia e di divertimento. E quella, nessun presidente ciccione me la toglierà mai. E se per qualcuno è così, io e quel qualcuno magari ci andremo a prendere una birra, parleremo di politica e di donne e saremo d'accordo su tutto. Ma qua, su questo forum, con me non ha niente a che fare.