Toh, lo stadio si poteva fare...
di Stefano Greco
Toh, tu guarda come è strana la vita... Lo stadio a Roma si poteva fare. E pure in tempi abbastanza rapidi. Bastava avere un progetto e presentare un piano di sostenibilità economica dell'intera operazione e soprattutto delle opere di pubblica utilità (strade e collegamenti su rotaia, treno o metro per intenderci) in modo da consentire a chi deve mettere le firme di giustificare il via libera. Quello ottenuto ieri dalla Roma, quello che la Lazio non ha mai ottenuto non perché dietro ci sia chissà quale complotto, ma per il semplice motivo che dietro la facciata, le dichiarazioni roboanti e i piani sbandierati, c'è sempre stato il nulla! Al massimo il sogno di realizzare il colpo della vita, ma senza avere neanche i capitali per avviare l'operazione. Così, da primi siamo passati dietro la Juventus, dietro l'Udinese ed ora anche dietro la Roma, che ha smentito la leggenda popolare secondo la quale il Coni non avrebbe mai consentito la costruzione di un altro Stadio oltre all'Olimpico. Enoi siamo rimasti fermi al 20 giugno del 2005, quando Claudio Lotito ha annunciato in pompa magna a Formello la costruzione dello Stadio delle Aquile, mostrando un plastico realizzato dall'Ama Group. Sono passati 2751 giorno da quell'annuncio, da quando quel gestore ora "Cavaliere Oscurato" (da noi) disse di avere sia i terreni dove costruire che 500 milioni di euro pronti per realizzare un'opera faraonica, che oltre allo stadio comprendeva una Cittadella dello Sport, centro commerciale, ristoranti e un piccolo quartiere destinato a nascere intorno all'impianto: insomma, una piccola Lazioland da vivere 365 giorni all'anno. Bene, in questi 3364, oltre ad una marea di chiacchiere, oltre ai costi dell'opera saliti da 500 a 800 milioni di euro, di concreto non è successo NULLA.
Quel plastico di giugno 2005 che Lotito per anni si è portato dietro nel portabagagli della sua auto, è oramai vecchio e pieno di polvere, ma non si è mai trasformato in un progetto vero e proprio. In 9 anni e quasi 3 mesi, non è stato commissionato né uno studio di fattibilità né quello di sostenibilità dell'opera. Da anni le varie amministrazioni invitano Lotito a presentare un progetto dettagliato con relativa cubatura, divisa tra impianti sportivi, commerciale e residenziale, ma di nero su bianco non è stato messo NULLA. Con la scusa di aspettare quella Legge sugli Stadi che Lotito si era scritto su misura, ma che poi gli è stata bocciata e riscritta con dei vincoli che gli impedivano di utilizzare i terreni sulla Tiberina di proprietà della famiglia Mezzaroma. Da giugno 2005 a oggi la Lazio è rimasta ferma, mentre gli altri sono andati avanti. La Juventus, partita nello stesso periodo con il progetto del nuovo stadio, gioca già da tre stagioni in un impianto moderno che le ha consentito di raddoppiare in un anno il fatturato. L'Udinese sta costruendo il nuovo Friuli e entro pochi mesi la Roma partirò con i lavori del nuovo stadio. Mentre noi non siamo riusciti neanche a posare la prima pietra per la favolosa Academy annunciata in pompa magna e già sponsorizzata come se fosse pronta a partire, perché lo si è fatto senza avere neanche i permessi per costruire. Questa è la triste realtà. Il resto, sono tutte favole o leggende. Scegliete voi.
James Pallotta, il proprietario della Roma ci ha messo 739 giorni dal suo insediamento per scegliere l'area destinata ad ospitare un nuovo impianto da 55-60.000 posti, firmare il contratto con la società incaricata di costruirlo e affidare la realizzazione del progetto all'architetto di fama mondiale ( Meis, quello che ha realizzato lo Staples Center di Los Angeles e l'Emirates Stadium, la nuova casa dell'Arsenal) e ottenere il via libera definitivo del Comune. Il tutto, con due sindaci diversi che stavano su fronti politici opposti, idem le due giunte regionali, a dimostrazione che se esiste un progetto, i colori politici contano poco. Quel che conta è avere un progetto e farsi trovare pronti per sfruttare una legge che, a quanto pare e a differenza di quello che sostiene il "Cavaliere Oscurato", consente di realizzare non solo uno stadio, ma anche un business collegato a sostegno del progetto. Ovvero un parco tematico, negozi, alberghi... Ma non case e villette per un nuovo quartiere da 50-60 anime. Perché è quello che ha sempre bloccato tutto, perché il vero scopo non è mai stato quello di fare qualcosa per la Lazio, semmai solo per la famiglia Lotito e la famiglia Mezzaroma. A nessuno piace dire o scrivere queste cose, ma questa è la realtà. Questa è la differenza tra chi sa fare business e chi pensa solo al potere, la differenza tra chi pensa alla società che guida e chi la utilizza solo per farsi vedere con addosso una tuta della Nazionale. Perché fa fico, perché fa potere.
Per questo la Lazio è ferma al 20 giugno del 2005, perché nonostante il parere contrario dell'allora sindaco Veltroni e del suo assessore Morassut per i vincoli di ogni genere che gravano sui terreni scelti da Lotito e il blitz legislativo fallito da parte dello stesso Lotito e che ha portato ad affossare per due volte la Legge sugli Stadi, il presidente della Lazio non si è mosso di un millimetro da quei terreni sulla Tiberina e dal progetto speculativo legato allo stadio. Ma perché tutta questa insistenza? Perché si è detto di NO a tutte le proposte alternative arrivate in questi anni, dallo Stadio Flaminio ai terreni offerti dal sindaco Canapini a fianco dell'autostrada Roma-Fiumicino? Il motivo è molto semplice e ve lo spieghiamo raccontando la storia di quei terreni e della società che li controlla.
Cristina e Marco Mezzaroma, rispettivamente moglie e cognato del presidente della Lazio (nonché socio di Lotito nella Salernitana), sono i proprietari dei 493 ettari di terreno al chilometro 6,2 della via Tiberina a nord di Roma, dove nei sogni di Lotito dovrebbe sorgere un impianto polifunzionale dal costo di 800 milioni di euro e con cubature altrettanto colossali. Perché oltre ad uno stadio da 55-60.000 posti e alla cittadella sportiva, intorno dovrebbe nascere un vero e proprio quartiere, con centro commerciale, cinema, ristoranti e qualcosa come 12.000 unità abitative. Tutto questo, in una zona considerata a rischio idrogeologico (e per questo soggetta a vincoli) ma anche di valore storico. La tenuta, infatti, ha una storia che risale al XVI secolo, quando venne fondata dalla famiglia Altieri Pasolini e fu poi utilizzata come residenza estiva da papa Clemente X alla fine del Seicento.
L'area, non distante dal centro sportivo di Formello dove si allena la Lazio, è in portafoglio alla Agricola Alpa. La società è controllata al 99% dalla Micromarket 2000, una subholding immobiliare di proprietà di Cristina e Marco Mezzaroma, i due figli del costruttore Gianni Mezzaroma, fratello di Pietro, che per breve tempo azionista della Roma di Franco Sensi e che è il padre di Massimo, l'attuale presidente del Siena. A luglio del 2009, Micromarket ha comprato la quasi totalità delle quote rilevando per 2 milioni di euro il pacchetto di minoranza del principe Francesco di Napoli Rampolla, duca di Buonfornello. Attualmente la società Alpa ha una produzione agricola che vale poco meno di 300 mila euro all'anno. Prima del progetto-stadio varato da Lotito, i Mezzaroma puntavano a uno sviluppo immobiliare dell'area basato sulla costruzione di villini e di una struttura agrituristica. Il progetto dello Stadio delle Aquile, però, aumenterebbe in modo considerevole le potenzialità patrimoniali di una società che, in ogni caso, già nel 2009 è stata rivalutata in modo molto consistente. Grazie al decreto anticrisi del governo (legge 2 del 2009) e sulla base di una perizia tecnica, la proprietà di Cristina e Marco Mezzaroma è passata da un valore al costo storico di 1,4 milioni di euro a un valore patrimoniale di 21,4 milioni di euro. E questo solo grazie all'ipotesi dello Stadio delle Aquile con annessi e connessi. E se sparisce lo stadio, va in fumo anche l'attuale valore patrimoniale dell'area.
Lo stadio, quindi, è solo uno specchietto per le allodole. Che Lotito possa trarre vantaggio da una simile operazione, è legittimo, perché nessuno a questo mondo fa niente per niente e neanche Parnasi, per quanto tifosissimo della Roma e di Totti, si presenta sulla scena come un buon samaritano. Il problema nasce se l'interesse personale va a discapito dell'interesse della Lazio, al grido di "O Tiberina o morte". Dopo 3364 giorni di chiacchiere e dopo il sorpasso subito dalla Roma, sarebbe arrivato il momento dei fatti. Perché se si ha un progetto, lo si tiri fuori, senza pensare di sfruttare il sì al progetto della Roma per presentarsi pistola alla mano per costringere Comune e Regione a mettere in bollo su un qualcosa che di "Pubblico Interesse" non ha nulla. Se quel progetto non è realizzabile, a causa dei troppi vincoli che gravano su quei terreni, si cambi area, si scelga una zona edificabile come quella individuata dalla Roma. Se la Legge vieta di costruire un nuovo quartiere, ci si accontenti di quello di cui si sono accontentati la Roma, gli americani e un costruttore navigato come Parnasi. Perché 3364 giorni di chiacchiere sono tanti, troppi. E purtroppo, come per la storia dello sponsor, anche questo tassametro di occasioni perse e soldi buttati è destinato a girare ancora a lungo...
Per chi chiedeva di postare sg