Arrivai fuori dal Four Green Fields in discreto anticipo sull'orario.
Sulla porta del pub c'era un uomo.
Brizzolato, vestito come me, stava là fuori a fumarsi una sigaretta. Teneva i piedi in un certo modo particolare. Alla dieci e dieci.
Mi accostai quasi esitando, con un senso di timidezza, come se mi spogliassi di qualcosa.
Era Alfa. Oggi GuyMontag.
Ogni volta che visualizzo Alfonso lo rivedo lì che mi aspetta.
Mi fece: Ma allora esisti! Certo che esisto. Sono qua.
Arrivarono presto in tanti.
Me li ricordo uno per uno, ricordo persino come si stava seduti a tavola.
Io ero seduto tra Tarallo, che conoscete bene, e Alexis, che non conoscete perché manca da qua sopra da quasi vent'anni. Era un grande, Alexis. Appassionato giocatore di rugby, velista, veniva dall'agro pontino e veniva spesso salutato con un affettuoso alza la vela e vattene affanq.
Alfa era squisito. Tarallo mi pareva di averlo già visto, una sensazione che mi ha inseguito per anni. Possibile, essendo lui di famiglia di Accumoli e io di Amatrice. Poco probabile, essendo lui, nonostante le apparenze contrarie, un po' più giovane di me.
E poi c'era il Mapuche, stralunato cantore un po' Mr. Bean e un po' Stanlio.
Il Chimico e Fischietto, inseparabili compari, il primo oggi gestore di uno dei 3500 spinoff di
Lazio.net (biancocelesti).
Piersifal, monumentale sbevazzone, sosia di Superciuk, instancabile coniatore di massime biancocelesti, copywriter di mestiere. O copriwater, non ricordo. E gli altri.
Ora che frugo nella memoria mi manca qualcosa: non so se tizio o caio c'erano o no.
Soprattutto, però, c'era Gigi Polentes.
A lui era stato dedicato come un club virtuale, un sodalizio surreale di soggetti particolari.
Il nucleo era fatto da tre giornalisti de l'Unità, i fratelli Cipriani e Daniela Amenta.
Io non li conoscevo, anche se poi scoprii che Daniela era Daniela, e mi emozionai, avendo a casa una ventina d'anni di numeri del Mucchio Selvaggio belli archiviati, pieni di pezzi scritti da lei, che mi erano costati un sacco di soldi di dischi comprati. Daniela aveva un'elegante giacca blu e un foulard, ed era accompagnata dall'inseparabile Claudio. Li seguivano Gigi Polentes, in baffi e nasone, e gentile signora.
S'intrattennero con noi amabilmente, ricordando i bei tempi, la Mercedes bianca che s'era comprato giocando qui, lo scudetto e la festa che lo aspettava per il centenario.
Gli chiesi della bellissima maglietta del Perugia col laccetto bianco sul collo con cui lo ricordavo sulle figurine. Una maglietta che poi tornò nei nostri racconti di fine stagione.
Mangiò con noi e ascoltò le nostre chiacchiere e si unì ai canti. Ci raccontò delle vigne che curava personalmente, su in Veneto. Mangiò la sua scamorza col prosciutto come fosse una leccornia speciale. Si allontanò con noi nella notte di Prati, nostro (della Lazio, cioè) quartiere natale, mentre, felici, ci davamo di gomito, infervorati dal nostro bel giocattolo, che usavamo con la scusa di parlare di quella magnifica squadra parlando soprattutto di noi, facendo esercizi di stile, prendendo in giro i poveri romanisti, sotto a un treno alla sola idea di doversi confrontare con un avversario invincibile.
Giorni indimenticabili.