Caro Buckley non hai detto una cazzata, cerco di spiegare come posso ma spero di essere corretto da qualche virologo se dico una cazzata.
L'esempio del raffreddore non calza, perché come per L'AIDS, in quel caso la difficoltà nel produrre un vaccino è l'alta variabilità o mutabilità del virus. Nel caso del raffreddore comunque non varrebbe la pena vista la moderata patologia.
La tua domanda invece è la seguente: se un agente patogeno non provoca immunità, come può farlo il vaccino?
In diversi modi, e se non sbaglio esistono in natura esempi di differenza in antigenicità e immunogenicità, come fra la tossine del tetano e quella della difterite. La prima è alta, la seconda più fiacca.
Le differenze fra l'immunizzazione naturale e quella da vaccino possono essere molte ed importanti, ti giuro che il campo è molto complesso, e coinvolge risposte da centri germinali, da helper T cells, il midollo osseo e tanti altri fattori, quindi la mia risposta sarà molto semplicistica (un sacco de ste cose me le so scordate).
Tre esempi.
Primo, spesso ai peptidi e comunque agli epitopi/antigeni scelti per fare un vaccino si associano adiuvanti, per esempio polisaccaridi, che ne influenzano la potenza, la vita media, l'antigenicità in generale.
Secondo, con i vaccini le dosi le scegliamo noi. Esistono dosi che scatenano risposte ideali, magari con somministrazioni multiple a breve distanza.
Terzo, si può fare il richiamo. La difterite se non sbaglio si rifa' ogni 10 anni in teoria. Se un vaccino tende a creare una risposta che nel tempo svanisce, si fa il richiamo che la ristabilisce. Molto meglio che incontrare il virus e ammalarsi.
La risposta è un po' semplificata e spero che sia stata chiara, ma volevo dire che un patogeno ad antigenicità e immunogenicità basse non necessariamente si traduce in un vaccino impossibile.