Accoltellatori di militari e lanciatori di molotov. Chi sono i minori detenuti palestinesi che verrano scambiati con gli ostaggi israeliani - HuffPost Italia
22 Novembre 2023 alle 15:07
Misoun Mussa, condannata a quindici anni per aver accoltellato un soldato israeliano a Gerusalemme, e Marah Bakeer, arrestata all'età di sedici anni per lo stesso reato ma punita con otto anni e mezzo di carcere, sono solamente due dei minori palestinesi che usciranno dalle carceri israeliane in base all'accordo raggiunto tra lo Stato ebraico e Hamas. I detenuti interessati sono in totale 300, che includono 287 ragazzi al massimo maggiorenni. Anzi, 123 hanno meno di diciotto anni e, tra questi, 5 sono quattordicenni. Alcuni appartenevano ad Hamas, altri a Fatah, alla Jihad islamica o al Fronte popolare. E pertanto l'accusa con cui sono finiti dietro le sbarre è di affiliazione al terrorismo, sebbene in alcuni casi si siano mossi autonomamente. O meglio, il motivo per cui hanno agito era il terrorismo – o resistenza, dipende dalla prospettiva – ma i reati spaziano tra l'omicidio, il tentato omicidio, l'aggressione a forze militari israeliane, il lancio di sassi o molotov, l'incendio doloso, il possesso o la produzione di armi. Solo per coloro che si sono sporcati le mani di sangue, Israele ha vietato il rilascio. Per il resto, invece, dovrebbero aprirsi le porte del carcere.
Ha destato un po' di sorpresa il fatto che nelle prigioni israeliane ci fossero anche dei minori, ma basta una veloce ricerca per comprendere come sia una questione comune. In Italia, nel 2022, erano 400 i minorenni incarcerati, equamente divisi tra nostri connazionali (199) e stranieri (201). Negli Stati Uniti, invece, il fatto che trentaquattro Stati non prevdessero un'età minima ha comportato l'arresto di 30mila bambini sotto i dieci anni nell'ultimo decennio. I numeri israeliani sono certamente differenti: dalla Seconda intifada di inizio secolo, più di 12mila minori sono stati arrestati. Dal 2016, inoltre, il governo dello Stato ebraico ha modificato anche la legge che impediva agli under 14 di finire in carcere, prevedendolo però solo per "reati gravi" come omicidio o tentato omicidio.
Piuttosto, a destare preoccupazione sono le condizioni in cui vengono lasciati. Nel 2013, Unicef denunciava un "diffuso, sistematico e istituzionalizzato" maltrattamento dei minori, "dal momento dell'arresto fino al procedimento giudiziario e all'eventuale condanna". Dieci anni dopo, nel luglio scorso, la situazione non sembrava cambiata. Un report di Save the Children spiegava che – su 228 minorenni ex detenuti intervistati – l'86% sarebbe stato picchiato durante la detenzione, il 69% sono stati perquisiti, il 42% sono rimasti feriti nell'arresto, chi con arma da fuoco chi con violenze fisiche. Spesso venivano interrogati in assenza di un tutore o di un assistente, senza cibo, acqua e con poche ore di sonno concesse. Il reato principale che li ha portati in carcere "è il lancio di pietre, che può comportare una condanna fino a 20 anni", si legge nel rapporto. Per di più, secondo quanto previsto dall'ordine militare 1726, anche i minorenni possono essere tenuti in detenzione preventiva (quindi senza conoscere il reato di cui sono accusati) per due settimane prima. Se l'accusa non viene presentata entro questo tempo, si può estendere la detenzione di altri dieci giorni, per massimo quaranta volte.
Appurati i problemi giuridici, dall'accordo ne sono nati anche di natura politica. Il partito di estrema destra Potere ebraico ha votato contro, vedendolo come un boomerang. "Hamas voleva questa tregua più di ogni altra cosa" ha accusato il ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir. "Voleva anche sbarazzarsi delle donne e dei bambini nella prima fase, perché hanno causato pressioni internazionali su di loro. Voleva ottenere, in cambio, carburante, il rilascio dei terroristi, fermare le azioni dell'Idf e persino un divieto di volo dei droni. Ha ottenuto tutto". Sognava qualcosa di diverso, per evitare che nella scarcerazione possano essere incluse persone collegate ad Hamas, rischiando di alimentare il terrorismo. Era già successo nel 2011, quando per riportare a casa il caporale Gilad Shalit si era liberato l'attuale capo di Gaza, Yihan Sinwar. Ma la pressione su Israele si era fatta asfissiante e il primo ministro Benjamin Netanyahu si è visto costretto a cedere.