Citazione di: volerevolare il 28 Apr 2020, 16:41
Sai che succede normalmente a due imprenditori come quelli dell'azienda per la quale lavori? che i lavoratori migliori li sfanculano.. spesso si aprono per loro conto un'azienda che opera nello stesso business e gli fottono il mercato.
Si chiama "libero mercato"...
E ma da noi molti hanno la cultura del posto fisso, del cartellino timbrato, dello stipendio certo a fine mese, ecc....
Tutti bravi a lamentarsi...
ma la questione del posto fisso non è un qualcosa di culturale, dipende dal posto che occupi nel sistema economico.
Confondere le categorie, come ha fatto in modo geniale parte consistente della sinistra liberal, non aiuta a comprendere il mondo contemporaneo, aiuta soltanto a fotterci con le nostre stesse mani.
Questione 1, collocazione rispetto al profitto: se tu partecipi al profitto e io no la cultura c'entra davvero poco. Chi si prende il profitto si prende il rischio. Chi viene retribuito non si prende il profitto ma non dovrebbe prendersi il rischio. Questo stando all'ideologia di mercato di cui parli.
Fosse per me i profitti si redistribuiscono, si decide insieme la direzione d'impresa (o chi la rappresenta in caso di grandi imprese) e questo comporta anche un'assunzione collettiva del rischio d'impresa.
Voler socializzare solo il rischio, mantenendo il profitto privato e colpevolizzare pure chi ha il posto e lo stipendio fisso mi pare invece una bella paraculata.
Questione 2, collocazione rispetto alla mansione: visto che parli di cultura trovo la vulgata dell' "imprenditore di se stesso" diffusasi a partire dai '90 del secolo scorso la più grande frode organizzata dell'ultimo periodo storico.
Se ho due braccia da vendere non sono imprenditore di me stesso, sono uno che subisce il ricatto del lavoro salariato in questa società e quindi non ho la "cultura del posto fisso" ma provo ad affermare un paio di tutele per la mia persona in un sistema che potrebbe facilmente stritolarmi visto che mi toglie ogni possibilità di determinare il mio lavoro in forma compiuta se questo si svolge in un rapporto di dipendenza.
Ma anche se ho 5mila euro e li metto in azioni FCA non sono un capitalista, non determino un cazzo.
Provo a prendere due briciole di processi determinati da altri e che subisco, nel bene se ci guadagno qualcosa, nel male se ci perdo.
La questione, alla base, deriva da un equivoco diffuso (anche a sinistra).
Il capitale non è una cosa né una quantità, è un rapporto sociale. Quindi convincere le persone che detengono un capitale rappresentato dalla propria forza lavoro (o da un piccolo risparmio) è una frode.
Si ha capitale non se si ha qualcosa da immettere in un'attività economica, si ha capitale se si è in grado di determinare un processo di accumulazione*.
Altrimenti, al massimo, si sta partecipando al capitale di altri (caso dipendente o risparmiatore) o si detiene un'attività economica di sussistenza (caso negoziante, piccolo artigiano, piccola impresa che finisce per guadagnare l'equivalente di un reddito da lavoro medio).
Che andrebbe colpita anzitutto la rendita come dici nel tuo secondo post mi trova invece molto d'accordo.
* per inciso: abolire la proprietà privata non ha mai significato quindi abolire i risparmi personali, attività economiche di sussistenza o la possibilità di crescita per un'attività economica, ma la possibilità dei processi di accumulazione privati e i loro effetti sociali distorsivi.