Vorrei ricordare ancora una volta questo articolo del manifesto di un paio di anni fa, di Liguori e Smargiasse, che non finirò mai di ringraziare:
L'anomalia Eyal & Hitzl
L'intolleranza italiana e l'arrivo alla Lazio di un calciatore israeliano e di un tedesco anti-razzista
Il calciomercato di gennaio della Lazio, indubbiamente, ha regalato più di un tema di discussione. Dalle vicende Pandev/Ledesma, il cui esito contrastante – rescissione del contratto per il primo, inconsistenza di qualsiasi motivazione per la rescissione del secondo – solleva più di un interrogativo sulle norme contrattuali del calcio italiano e sulla bizzarria della loro applicazione. All'ingaggio di due calciatori che per ora stanno riempiendo le pagine dei giornali più per le anomalie culturali che rappresentano nel nostro panorama nazionale che non per le loro qualità tecniche: ovvero il fantasista diciottenne israeliano Golasa, preso in svincolo dal MaccabiHaifa e il ventisettenne tedesco Hitzlsperger, acquistato dallo Stoccarda. Il primo si trova a essere, curiosamente, l'unico calciatore israeliano in un calcio pure multiculturale come il nostro. Il secondo, che vanta più di cinquanta presenze nella nazionale tedesca, in Germania è conosciuto (e molto apprezzato, anche) per il suo impegno a favore delle minoranze e per la decisione con cui si batte contro ogni forma di razzismo nel calcio. Le cronache raccontano di un Eyal Golasa, nelle sue prime giornate romane, ospite della Comunità ebraica della Capitale, a pranzo nei ristoranti del Ghetto, in preghiera nella Sinagoga. E di un affannoso interrogarsi, sulla grande stampa italiana e su quella israeliana, sulla compatibilità tra calciatore ebreo e tifo laziale. Interrogativo che rimbalza ancora più prepotente di fronte all'emergere nitido della personalità di Thomas «The Hammer» («il martello» per la potenza del tiro) Hitzlsperger, apertamente schierato contro le varianti naziste del tifo ultras in Germania e in Europa. «Sapevo che la Lazio è collegata a queste tematiche ma vengo a Roma senza essere prevenuto. Porterò avanti lemie battaglie anche qui».
Dai saluti romani di PaoloDi Canio – ci si chiede, ancora sulla grande stampa italiana e su quella tedesca – ai blog antirazzisti del calciatore tedesco, come reagirà la gente laziale? Tanto clamore certo non può sorprendere.
Per la storia chiara, facilmente tracciabile, orgogliosamente rivendicata anche, del profilo fascista della parte egemone del tifo ultras della Lazio. Alcuni slogan, i simboli (soprattutto croci celtiche e aquile di Salò), i colori (il tricolore spesso a complemento del biancoceleste), i riferimenti culturali (ci sono anni di trasmissioni radiofoniche e intere collezioni di riviste vendute allo stadio in cui trovare esempi a volontà), i cori («laziale che porti il moschetto» sul tema di «ragazzo di Budapest», oggi diffuso in tutta Europa, in curva nord si canta da decenni...) non lasciano spazio a dubbi sulla identità che la destra antisistema ha voluto e saputo – con decenni di militanza – dare alla componente più estrema del tifo ultras laziale. Chi oggi si indigna, o addirittura si offende, per gli interrogativi sollevati dalla stampa sull'arrivo di Golasa e Hitzl alla Lazio davvero ha poche ragioni per farlo.
Ha invece (o avrebbe, se volesse) molto da indignarsi per il pressapochismo, la faciloneria e dunque la pericolosità – ma potremmo dire quasi la correità – con cui la grande stampa o la comunicazione più in generale, italiana soprattutto, sportiva e non, continua a stravolgere i temi del nazismo e del razzismo negli stadi italiani. Questioni complesse, contraddittorie, ricche di angolazioni e sfumature, difficilmente riducibili a etichettature e schematizzazioni utili più a servire questa o quella causa (colpire una squadra, ad esempio, e favorirne un altra...) o a riempire una pagina vuota che non a comprendere e contrastare un movimento reale che ha contribuito, non poco, a modificare gli orientamenti politici e culturali dell'Italia nell'ultimo quarto di secolo.
Restiamo alla Lazio, per esempio. Il contesto prima descritto non ha affatto impedito che nella squadra biancoceleste giocassero campioni di ogni razza, colore e convinzione politica e religiosa: dallo «zingaro» (come molte tifoserie amano affettuosamente chiamarlo ancora oggi) Sinisa Mihajlovic all'ebreo Juan Pablo Sorin, dai «negri» Winter e Makinwa, Manfredini e Mudingay al Juan Sebastian Veron con il «Che» tatuato sulla spalla. Tutti calciatori apprezzati, osannati, fischiati più per le loro prestazioni in campo che non per altro. E la vicenda di Aaron Winter, accolto con scritte di spregio da parte di fanatici neonazisti ma poi clamorosamente applaudito dall'intero stadio laziale, dimostra la contraddittorietà e la sostanziale minorità di queste componenti razziste. La società biancoceleste poi, dagli anni di Cragnotti ai giorni nostri di Lotito, non ha mai mancato di mettere in campo iniziative (tornei, amichevoli, celebrazioni o quant'altro) capaci di testimoniare l'estraneità, profonda, radicata, della Lazio a qualsiasi orientamento o volontà discriminatrice.
Inoltre occorre dire che se i movimenti neofascisti della Capitale marcano inequivocabilmente il tifo ultras laziale, lo stesso vale per il tifo ultras romanista. Nè più nè meno. E a livello nazionale ragionamenti identici valgono per gli ultras della Juventus o dell'Inter, del Milan o del Napoli.
Valgono insomma per tutti i maggiori gruppi ultras metropolitani, su cui la destra estrema ha lavorato politicamente con profitto da inizio anni '80. Certo esistono le eccezioni, ma appunto di eccezioni si tratta.
L'impressione, non nuova, è che ancora una volta alla Lazio sia assegnato il ruolo di parafulmine, utile a coprire (a nascondere) la realtà di un calcio italiano che, come nell'economia, negli stadi, nelle normative che regolano i rapporti tra società e calciatori o l'accesso dei tifosi sugli spalti, anche nel suo profilo politico, ideologico e socioculturale, segna una arretratezza e un vuoto di iniziativa che ne pregiudica pesantemente il passo rispetto alle assai più ricche, sviluppate e dinamiche realtà calcistiche europee. Quella inglese e quella spagnola più di ogni altra. Ben al di là che con gli ultras della Lazio, Golasa e Hitzlsperger dovranno confrontarsi da un lato con gli ultras di tutte le curve italiane, per nulla diversi nelle loro componenti più estreme da quelli biancocelesti, dall'altro con un calcio non solo costantemente in ritardo nel legiferare in maniera chiara ed efficace per punire e prevenire i casi di offese razziste verso questo o quel giocatore, ma addirittura incapace – in tutte le sue componenti: dirigenti, tecnici, giocatori, comunicazione – dimettere a fuoco con il nitore necessario la questione stessa della discriminazione razziale negli stadi. Per non dire della afasia che colpisce tutto il calcio italiano quando si tratta di ragionare (e intervenire di conseguenza) sulle origini tutte politiche di tale discriminazione.
In Italia, per quanto possa apparire paradossale, si discute ancora su quanto Balotelli sia responsabile degli ululati che lo accolgono non appena mette piede in un qualsiasi stadio italiano. Un po' come se gli storici si interrogassero su quanto gli ebrei, o gli zingari, fossero responsabili della loro reclusione e sterminio nei campi di concentramento.
Benvenuti Eyal e Thomas. Vedremo come andrà. In ogni caso, non sarete soli.
Non ho molto tempo in questi giorni, se qualcuno vuole tradurre in inglese ed aggiungerlo in wikipedia , sarebbe una bella mossa.