la primavera di lotito

Aperto da aquilante, 10 Giu 2015, 14:00

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StylishKid

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Che penna, Aquila'.

Grazie.

er polipo

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Citazione di: aquilante il 10 Giu 2015, 14:00
due fatti recenti della cronaca sportiva biancoceleste - la Lazio primavera vincente ieri sera contro l'inter, il premio per il fpf attribuito a lotito la scorsa settimana - suggeriscono riflessioni di carattere più generale sul rapporto tra la Lazio di lotito e il sistema calcio italiano

prendendo spunto dalla fisionomia presentata chissà perché come "scandalosa" di minala, le vittorie della primavera biancoceleste della scorsa stagione suscitarono polemiche e approfondimenti indignati: troppi stranieri, troppi stranieri dalla età incerta, dove sono gli italiani?, dov'è il legame con il territorio? e via digrignando. ieri sera una Lazio italiana, italianissima, anzi di più, romana, romanissima - erano ben dodici i ragazzi con la nostra maglia cresciuti tra i rioni dei sette colli - ha messo fuori dalla corsa al titolo la corazzata multietnica interista, costosissima squadra costruita per stravincere tutto. bene, se qualcuno dovesse trovare qualche accenno di riflessione su queste curiose "contraddizioni", ne renda nota, per favore

così come, per favore, qualcuno provi a spiegare, a noi e a chi ne fosse interessato, come mai il lotito che, in virtù del voto, tra gli altri, dei direttori di tutte le principali testate sportive nazionali, vince il premio fpf, in quegli stessi giornali finisce relegato tra gli annunci pubblicitari e la programmazione cinematografica regionale

ecco, questo il punto su cui fermare l'attenzione: c'è un lotito (e quindi una Lazio) da copertina, che è quello con la felpa della nazionale, quello delle battutine (sgradevoli) fuori quadro, delle conversazioni private registrate (illegalmente) su commissione, il lotito logorroico, sboccato, presenzialista, invadente e perché no? (non di rado) inopportuno. si dirà, ma lo sono meno, logorroici, presenzialisti e inopportuni, della valle o de laurentis, berlusconi, agnelli o zamparini? certo che no. il punto però è che qui siamo soltanto a prima metà della questione lotito (e quindi della questione Lazio)

perché poi appunto c'è l'altra metà della questione. c'è cioè la Lazio reale (quindi un lotito altrettanto reale) che nel suo funzionamento quotidiano esalta il corretto rapporto tra costi e ricavi, che dal punto di vista sportivo negli ultimi anni resta la sola squadra capace di portare titoli nella capitale (due coppe italia e una supercoppa italiana), che costruisce squadre (più o meno) competitive pur restando fuori dal circuito perverso procuratori-agenzie-media, che non alimenta do ut des di alcun tipo tra società e tifosi, che non coltiva alcuna captatio benevolentia nei confronti di pulpiti locali o nazionalli

la Lazio di lotito insomma da più di dieci anni propone una propria, riconoscibilissima, idea di calcio. una idea, sia chiaro, discutibile (verso i media, ad esempio), criticabilissima (verso i tifosi, ad esempio), assolutamente non priva di contraddizioni (alcune società amiche non hanno politiche meno disgustose di società invece giustamente nemiche), probabilmente assai difficile da coniugare con risultati di eccellenza (almeno finché non si avrà abbastanza forse per intaccare più a fondo i nodi forti dell'economia). pur con tutti i suoi limiti però l'idea di calcio proposta da lotito e dalla Lazio in questo decennio è sicuramente la più avanzata, la più progressiva, quella più di altre capace, potenzialmente, di "sovvertire" il nauseabondo ordine secolare del calcio italiano

ecco dunque le pubbliche virtù della Lazio (quindi di lotito) nascoste sotto il tappeto ed ecco i vizi privati di lotito (quindi della Lazio) sbattuti in prima pagina. sbagliano però. continuano testardamente a sbagliare. per cancellare l'ombra di lotito sul calcio italiano la via (maestra) è una e una soltanto: proporre cioè una idea di calcio più avanzata e più democratica di quella portata avanti dalla Lazio in questi anni. per cancellare lo "spettro" di lotito dovete essere capaci di avanzare proposte più produttive riguardo l'economia, più eque riguardo la distribuzione della ricchezza, meno offensive sul tema della diffusione dell'immagine di tutte le squadre italiane. meno oligarchie, più democrazia, nel reddito e quindi nei risultati (possibili). se non ne sarete capaci, vi restano gli iovine ed eurobet o come diavolo si chiamano loro. e gli iliesky. ciarpame e niente altro, senza significato e senza futuro

Appunto.

aquilante

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ot
tarallo, no, non scrivo più da nessuna parte
eot

pantarei

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Citazione di: aquilante il 10 Giu 2015, 21:54
ot
tarallo, no, non scrivo più da nessuna parte
eot
peccato

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ronefor

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ES

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Citazione di: aquilante il 10 Giu 2015, 21:54
ot
tarallo, no, non scrivo più da nessuna parte
eot
E questo non è solo un peccato, ma un problema, serio.
Che penne come la tua siano silenziate.
Applausi per il tuo post, non concordo sul finale, credo e temo che abbiano smosso sino al piano più in alto questa volta, e Lotito un giorno potrebbe girarsi indietro e non trovare più nessuno. Spero di sbagliarmi e che sia come dici tu, che il male venga sconfitto dalla mancanza di vis propositiva.

delioforever

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AndreaeAlessio

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Veramente i miei più sentiti complimenti.
Un'analisi lucida e dettagliata della situazione come poche volte mi è capitato di leggere.
E non solo di "calcio".
Adesso metto la notifica su Aquilante ... magari scrive e non me accorgo subito.

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Tarallo

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OT
Lungi da me l'intenzione di far deragliare il bellissimo.topic, ma non so proprio dove metterlo.


L'eterna maledizione del tifoso laziale (Il Tempo)
La storia biancoceleste insegna a non montarsi mai la testa: nemmeno nei periodi fortunati Ma anche a non sprofondare nell'angoscia quando le cose non vanno per il verso giusto


E ci risiamo. La lazialità è così. Quando hai l'onore di essere parte di una grande comunità, che si chiama Polisportiva Lazio, che raggruppa decine e decine di differenti sezioni che ne fanno la più grande polisportiva europea, ente morale dal 1921, Stella d'oro al merito sportivo nel 1967, Collare d'oro al merito sportivo nel 2002, quando hai l'onore di appartenere a una storia eroica che comincia il 9 gennaio 1900, quando le colonne delle tua identità sono Silvio Piola e Fausto Coppi, quando puoi osservare le decine di medaglie d'oro e le centinaia di titoli vinti dagli atleti che gareggiano sotto le ali protettrici dell'aquila imperiale, sai che sotto il cielo esiste anche una terra sporca, e che la bellezza di questa appartenenza è troppo lucente e sgargiante per non essere insozzata e contaminata dalle faccende della bassa gente.
Ed è così, la storia laziale, ed è questa l'identità laziale: allenata alla Bellezza, forgiata alla sopportazione. Come il dio che in sé partorisce il figlio che prova ad avvelenarlo. Questo partorisce, nella fratellanza biancoceleste, un sentimento sano: un distacco imperturbabile, una distanza siderale rispetto alle sciagure che ogni tanto si abbattono sui 115 anni di storia e che alcuni, stupidamente, scambiano per cinismo o disillusione.
No, la lazialità è un'identità forgiata nella sofferenza e nell'accettazione di ciò che spesso è troppo umano per essere autenticamente laziale. Il simbolo di tutto questo è la Lazio che vinse lo scudetto nel 1974: finiti i trionfi, arrivarono le tragedie. Ma il laziale sa che è questo il suo destino: guardare i bassi dell'inferno mentre stai toccando il cielo con un dito.
È un atteggiamento, uno stile, una visione della vita che consente, e che ha sempre consentito, di non montarsi mai la testa nei periodi fortunati e non sprofondare nell'angoscia e nei sentimenti popolani quando le cose non vanno per il verso giusto. Se c'è una storia grande che ti sorregge e ti abbraccia, sai che gli scandali piccoli o grandi, le disavventure minime o eclatanti, sono poco più che cronaca. Arrivano, e passano, e assieme a loro trapassano, nel dimenticatoio, coloro che hanno provato a scalfire una gloria più che centenaria.
Quegli altri, quelli che dal 1927 sono gli eternamente secondi, e che sono un incidente occasionale e secondario nella storia della Capitale, non lo capiscono. E ancora provano a rinfacciare, per dire, gli undici anni di serie B del calcio laziale. Ebbene, io ero ragazzino in quegli anni, e l'amore verso la squadra che nello stemma porta il simbolo delle legioni romane e i colori della Grecia olimpica ho cominciato a coltivarlo proprio quando era più difficile farlo. E come migliaia e migliaia di altre persone.
Nella visione laziale, conta più il gol di Giuliano Fiorini in Lazio-Vicenza che lo scudetto vinto nel 2000. Siamo fatti così. Con orgoglio, come educatamente e naturalmente impone la fratellanza laziale. Sempre agli stessi dirimpettai devi poi stare a spiegare che tu non idolatri nessuno, che i re di Roma esistono solo nella testa degli illusi, e che tu tifi una maglia e quello che incarna, perché quella maglia rappresenta sempre molto, molto di più di colui che ha l'onere di indossarla.
Certo, sappiamo che la storia biancoceleste, nella potenza della sua manifestazione, contiene in sé, come molte volte è stato detto, una sorta di maledizione. È una grande storia costellata di piccole storiacce che, guardacaso, si affacciano e manifestano quasi sempre nei momenti in cui la gioia sembra potersi impadronire della tua fede sportiva. Possano essere una malattia, un proiettile sbagliato, un'inchiesta, un'indagine, un tradimento, un traditore, le disgrazie arrivano sempre.
A ricordarti che non puoi mai lasciarti andare alla smodatezza, alla tracotanza, al «semo li mejo» perché questi atteggiamenti non ti appartengono, e nemmeno ti sono permessi. Hai fatto una scelta di campo, hai deciso anche tu di caricarti sulle spalle un piccolo pezzo di questa storia eroica e dolorosa, che nessuno può scalfire, indebolire o mettere in discussione.
E dunque, quando arriva una tempesta, l'ennesima tempesta, senti le scosse ma senti che la roccia su cui poggi è più forte del tramestio delle onde che si agitano sotto. L'aquila è Roma, e tu voli sempre più in alto di ogni nefandezza.
Angelo Mellone

EOT

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Un po de retorica spiattellata qua e la.
Carino, a noi ci piace rigirarci nella pastella del dolore, ma io, anche se ero allo stadio e do un peso profondo al gol di Fiorini, continuo a sognare madido dov'ero alle 18 e 04 del 14 maggio del 2000.
Tutta sta sofferenza ce la inventiamo noi stessi a volte.
Negli ultimi 30 anni, una generazione, la Lazio é una delle sole 4 squadre di serie A ad essere sempre stata in serie A, con fortune alterne, ma mediamente sempre nella parte sinistra della classifica.
Negli ultimi 30 anni siamo la squadra che ha vinto più coppe Italia, senza tener di conto, appunto, di uno scudetto, tre super coppe italiane,  una supercoppa europea e una coppa delle coppe.
In questi 30 anni alcuni dei migliori giocatori del mondo hanno portato quella maglietta. O l'hanno ricevuta a fine partita dopo aver perso.
A Firenze, a Napoli, a Genova, mentre noi "soffrivamo" con Giannicchedda, se gustavano splendide cavalcate in serie C1 o anche C2. E ancora oggi ce stanno dietro alle chiappe.

Per carità, a noi piace questa agiografia del laziale sofferente, il nostro santo patrono é un martire ingegnoso nello scovare penitenze complicate. Ma alla luce dei fatti, essere laziale, essere stato laziale, negli ultimi 30 anni é stata una gran botta di goduria.
E lo é ancora.

JoeStrummer

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Buckley

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Citazione di: Tarallo il 11 Giu 2015, 07:12
OT
Lungi da me l'intenzione di far deragliare il bellissimo.topic, ma non so proprio dove metterlo.


L'eterna maledizione del tifoso laziale (Il Tempo)
La storia biancoceleste insegna a non montarsi mai la testa: nemmeno nei periodi fortunati Ma anche a non sprofondare nell'angoscia quando le cose non vanno per il verso giusto


E ci risiamo. La lazialità è così. Quando hai l'onore di essere parte di una grande comunità, che si chiama Polisportiva Lazio, che raggruppa decine e decine di differenti sezioni che ne fanno la più grande polisportiva europea, ente morale dal 1921, Stella d'oro al merito sportivo nel 1967, Collare d'oro al merito sportivo nel 2002, quando hai l'onore di appartenere a una storia eroica che comincia il 9 gennaio 1900, quando le colonne delle tua identità sono Silvio Piola e Fausto Coppi, quando puoi osservare le decine di medaglie d'oro e le centinaia di titoli vinti dagli atleti che gareggiano sotto le ali protettrici dell'aquila imperiale, sai che sotto il cielo esiste anche una terra sporca, e che la bellezza di questa appartenenza è troppo lucente e sgargiante per non essere insozzata e contaminata dalle faccende della bassa gente.
Ed è così, la storia laziale, ed è questa l'identità laziale: allenata alla Bellezza, forgiata alla sopportazione. Come il dio che in sé partorisce il figlio che prova ad avvelenarlo. Questo partorisce, nella fratellanza biancoceleste, un sentimento sano: un distacco imperturbabile, una distanza siderale rispetto alle sciagure che ogni tanto si abbattono sui 115 anni di storia e che alcuni, stupidamente, scambiano per cinismo o disillusione.
No, la lazialità è un'identità forgiata nella sofferenza e nell'accettazione di ciò che spesso è troppo umano per essere autenticamente laziale. Il simbolo di tutto questo è la Lazio che vinse lo scudetto nel 1974: finiti i trionfi, arrivarono le tragedie. Ma il laziale sa che è questo il suo destino: guardare i bassi dell'inferno mentre stai toccando il cielo con un dito.
È un atteggiamento, uno stile, una visione della vita che consente, e che ha sempre consentito, di non montarsi mai la testa nei periodi fortunati e non sprofondare nell'angoscia e nei sentimenti popolani quando le cose non vanno per il verso giusto. Se c'è una storia grande che ti sorregge e ti abbraccia, sai che gli scandali piccoli o grandi, le disavventure minime o eclatanti, sono poco più che cronaca. Arrivano, e passano, e assieme a loro trapassano, nel dimenticatoio, coloro che hanno provato a scalfire una gloria più che centenaria.
Quegli altri, quelli che dal 1927 sono gli eternamente secondi, e che sono un incidente occasionale e secondario nella storia della Capitale, non lo capiscono. E ancora provano a rinfacciare, per dire, gli undici anni di serie B del calcio laziale. Ebbene, io ero ragazzino in quegli anni, e l'amore verso la squadra che nello stemma porta il simbolo delle legioni romane e i colori della Grecia olimpica ho cominciato a coltivarlo proprio quando era più difficile farlo. E come migliaia e migliaia di altre persone.
Nella visione laziale, conta più il gol di Giuliano Fiorini in Lazio-Vicenza che lo scudetto vinto nel 2000. Siamo fatti così. Con orgoglio, come educatamente e naturalmente impone la fratellanza laziale. Sempre agli stessi dirimpettai devi poi stare a spiegare che tu non idolatri nessuno, che i re di Roma esistono solo nella testa degli illusi, e che tu tifi una maglia e quello che incarna, perché quella maglia rappresenta sempre molto, molto di più di colui che ha l'onere di indossarla.
Certo, sappiamo che la storia biancoceleste, nella potenza della sua manifestazione, contiene in sé, come molte volte è stato detto, una sorta di maledizione. È una grande storia costellata di piccole storiacce che, guardacaso, si affacciano e manifestano quasi sempre nei momenti in cui la gioia sembra potersi impadronire della tua fede sportiva. Possano essere una malattia, un proiettile sbagliato, un'inchiesta, un'indagine, un tradimento, un traditore, le disgrazie arrivano sempre.
A ricordarti che non puoi mai lasciarti andare alla smodatezza, alla tracotanza, al «semo li mejo» perché questi atteggiamenti non ti appartengono, e nemmeno ti sono permessi. Hai fatto una scelta di campo, hai deciso anche tu di caricarti sulle spalle un piccolo pezzo di questa storia eroica e dolorosa, che nessuno può scalfire, indebolire o mettere in discussione.
E dunque, quando arriva una tempesta, l'ennesima tempesta, senti le scosse ma senti che la roccia su cui poggi è più forte del tramestio delle onde che si agitano sotto. L'aquila è Roma, e tu voli sempre più in alto di ogni nefandezza.
Angelo Mellone

EOT
Beh, che dire....bravo Angelo Mellone. Io sono orgoglioso della mia scelta di campo e della nostra storia. Gli anni di B sono proprio quelli che mi hanno insegnato ad essere laziale in piena autonomia, non perche' mio padre mi aveva trasmesso la sua passione sportiva. Le trasferte degli anni 80, i mille km per vedere i nostri perdere 4-0 col toro, ma sti cazzi, noi c'eravamo. Verissimo, il gol di Fiorini piu' bello dello scudetto del 2000 mentre gli altri erano sempre sulla cresta dell'onda, supportati dal potere e dai media. Bene, ce lo sgrullassero!

Buckley

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Citazione di: italicbold il 11 Giu 2015, 07:26
Un po de retorica spiattellata qua e la.
Carino, a noi ci piace rigirarci nella pastella del dolore, ma io, anche se ero allo stadio e do un peso profondo al gol di Fiorini, continuo a sognare madido dov'ero alle 18 e 04 del 14 maggio del 2000.
Tutta sta sofferenza ce la inventiamo noi stessi a volte.
Negli ultimi 30 anni, una generazione, la Lazio é una delle sole 4 squadre di serie A ad essere sempre stata in serie A, con fortune alterne, ma mediamente sempre nella parte sinistra della classifica.
Negli ultimi 30 anni siamo la squadra che ha vinto più coppe Italia, senza tener di conto, appunto, di uno scudetto, tre super coppe italiane,  una supercoppa europea e una coppa delle coppe.
In questi 30 anni alcuni dei migliori giocatori del mondo hanno portato quella maglietta. O l'hanno ricevuta a fine partita dopo aver perso.
A Firenze, a Napoli, a Genova, mentre noi "soffrivamo" con Giannicchedda, se gustavano splendide cavalcate in serie C1 o anche C2. E ancora oggi ce stanno dietro alle chiappe.

Per carità, a noi piace questa agiografia del laziale sofferente, il nostro santo patrono é un martire ingegnoso nello scovare penitenze complicate. Ma alla luce dei fatti, essere laziale, essere stato laziale, negli ultimi 30 anni é stata una gran botta di goduria.
E lo é ancora.

Innegabile cio' che dici, ma le vittorie hanno un sapore speciale se hai conosciuto quelle sofferenze e non ti hanno piegato. La Lazio e' immensa perche' e' caduta ma ha sempre saputo ripartire. E  comunque si', bella goduria essere laziali... :since :since :since
:stop :asrm :stop

Palo

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Bravissimo Aquilante!!

Buono a Mellone ma concordo con IB, negli ultimi anni più gioie che dolori e ... molto meglio così, eccheccazzo!

Monsieur Opale

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si ma la retorica in una storia di sport ce sta come il vino rosso nel ragù
per me un buon pezzo che racconta anche una diversità dai mostri,
diversità per me reale

Tarallo

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Non è questione di ultimi anni (e davvero non volevo spostare l'attenzione su Mellone, meno interessante di aquilante) ma nel contesto dell'aggressione a Lotito in un momento di grande gioia laziale (sono limitati ita', inutile indorare) il pezzo ci ricorda che la nostra è una storia di attenzione, di circospezione anche nelle feste, di conoscere gli amici ma di non sentirsi mai al riparo dai nemici. Io questa cosa nel mio essere laziale la ritrovo molto.


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italicbold

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Citazione di: Tarallo il 11 Giu 2015, 07:52
Non è questione di ultimi anni (e davvero non volevo spostare l'attenzione su Mellone, meno interessante di aquilante) ma nel contesto dell'aggressione a Lotito in un momento di grande gioia laziale (sono limitati ita', inutile indorare) il pezzo ci ricorda che la nostra è una storia di attenzione, di circospezione anche nelle feste, di conoscere gli amici ma di non sentirsi mai al riparo dai nemici. Io questa cosa nel mio essere laziale la ritrovo molto.

Che é altra cosa dalla sofferenza endemica del laziale che rivendica Melloni.
Dall'articolo di Melloni esce fuori l'immagine di un laziale quasi francescano che non deve gioire delle vittorie, o farlo discretamente, perché sa che comunque c'é sempre la sofferenza. Corcazzo.
La frase che per un laziale conta più il gol di Fiorini che la vittoria del 2000 é un'assurdità. Non per diminuire il valore del gol di Fiorini, ma proprio per una questione sportiva e, se vogliamo, anche di prospettiva.
Mettere a confronto le due cose é assurdo. La vittoria del 2000 c'é stata perché Fiorini la imbustò, ma é anche vero che la vittoria immensa del 2000 diede un senso alla puntata di Fiorini.
Melloni scrive che il laziale gioisce, o deve gioire poco perché sa che c'é la sofferenza.
Io inverto l'ordine dei fattori, dico che al laziale le perquisizioni negli uffici de Lotito nun gliene deve fregà de meno, perché tanto, fra 2 mesi, si ricomincia a giocare.  Come dice la canzone. E a vincere.

A me questa laziali quasi cattolica, tutta pervasa da un sentimento di penitenza, di logica della sofferenza lascia perplesso. Mi viene in mente il finale di questa stagione in cui, prima di ogni partita, ogni avversari della Lazio diventava insuperabile, difficile, complicato, ogni arbitro era un nemico implacabile, ogni ostacolo un everest.
Anche di fronte a una realtà concreta e pragmatica che ci raccontava di una Lazio implacabile, o sicuramente più solida di quanto non immaginassimo.
E' la filosofia del "This is the end" scritto prima, dell' "Ormai é finita", del "moriremo tutti" che a volte ci perde e nel quale, a volte, ci piace cullarci.

Il paradiso é ora, adesso.

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Stiamo sotto assedio e Mellone si preoccupa del colore delle divise invece di dare una mano ad organizzare le barricate. Maledetti sta grandissima ceppa.
I maledetti sono quelli che la Lazio la calunniano.   
Un grazie ad aquilante, peccato che tanta lucidità rimanga confinata inter nos e che all'esterno si dia spazio ai nipotini dei plastini.

RubinCarter

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Citazione di: italicbold il 11 Giu 2015, 07:26
Un po de retorica spiattellata qua e la.
Carino, a noi ci piace rigirarci nella pastella del dolore, ma io, anche se ero allo stadio e do un peso profondo al gol di Fiorini, continuo a sognare madido dov'ero alle 18 e 04 del 14 maggio del 2000.
Tutta sta sofferenza ce la inventiamo noi stessi a volte.
Negli ultimi 30 anni, una generazione, la Lazio é una delle sole 4 squadre di serie A ad essere sempre stata in serie A, con fortune alterne, ma mediamente sempre nella parte sinistra della classifica.
Negli ultimi 30 anni siamo la squadra che ha vinto più coppe Italia, senza tener di conto, appunto, di uno scudetto, tre super coppe italiane,  una supercoppa europea e una coppa delle coppe.
In questi 30 anni alcuni dei migliori giocatori del mondo hanno portato quella maglietta. O l'hanno ricevuta a fine partita dopo aver perso.
A Firenze, a Napoli, a Genova, mentre noi "soffrivamo" con Giannicchedda, se gustavano splendide cavalcate in serie C1 o anche C2. E ancora oggi ce stanno dietro alle chiappe.

Per carità, a noi piace questa agiografia del laziale sofferente, il nostro santo patrono é un martire ingegnoso nello scovare penitenze complicate. Ma alla luce dei fatti, essere laziale, essere stato laziale, negli ultimi 30 anni é stata una gran botta di goduria.
E lo é ancora.
Manfatti. 
È ora di spazzare via ste lacrimate parlando di Lazio.

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