Roma, primavera 2030.
Tre amici sono seduti al tavolino di un bar. Sul televisore alle loro spalle scorrono le immagini della conferenza stampa del nuovo presidente della Lazio. Dopo diciannove anni, Claudio Lotito ha ceduto la società. La città è in festa.
I tre brindano.
«Non ci credo ancora» dice il primo. «Pensavo che questo giorno non sarebbe mai arrivato.»
«Invece è arrivato» risponde il secondo. «E oggi possiamo ricominciare a vivere la nostra Lazio.»
Per qualche istante restano in silenzio. Ognuno ripensa a quegli anni.
Poi uno rompe il silenzio.
«Ma voi... che cosa avete fatto per arrivare fin qui?»
Il primo abbassa il bicchiere.
«Io ho rinunciato a tutto. Avevo l'abbonamento, e non sono entrato allo stadio. Ho smesso di rinnovarlo. Ho disdetto la pay TV. Ho deciso di non comprare più una maglia, una sciarpa, un cappellino ufficiale. Ogni domenica mi mancava qualcosa. Mi mancava la Curva, mi mancavano gli amici, mi mancava quell'emozione che solo lo stadio ti dà. Ho sofferto ogni settimana. Ma continuavo a ripetermi che quel dolore aveva un senso. Che se volevamo cambiare davvero qualcosa, qualcuno avrebbe dovuto rinunciare a ciò che amava di più.»
Il secondo annuisce.
«Io non sono riuscito a fare tutto quello che hai fatto tu. Allo stadio ho smesso di andarci e non ho più rinnovato l'abbonamento. Però la Lazio l'ho continuata a vedere in televisione. Mio figlio voleva seguirla e non me la sono sentita di togliergli anche quello. Ho fatto quello che me la sentivo di fare.»
Il terzo sorride, quasi a giustificarsi.
«Io invece non ho cambiato molto. Ho continuato ad andare allo stadio. Ho rinnovato gli abbonamenti. Non ho disdetto DAZN, perché mi piacevano anche le trasferte. Ogni tanto compravo una maglietta ufficiale ai miei figli. Alle manifestazioni andavo quando potevo, ma spesso coincidevano con le partite e preferivo vedere la Lazio. Dicevo sempre che la squadra non andava lasciata sola.»
Nessuno parla.
Il cameriere passa, ritira i bicchieri vuoti.
Fuori, per strada, la gente continua a festeggiare.
Il primo guarda gli altri due e sorride.
«L'importante è che alla fine ce l'abbiamo fatta.»
Gli altri annuiscono.
Ma una domanda resta sospesa nell'aria.
Quando una battaglia finisce con una vittoria, tutti sono felici di averne visto il risultato.
Ma tutti possono dire di averla combattuta?
Chi rinuncia a ciò che ama per una causa in cui crede paga un prezzo.
Chi sceglie di non rinunciare, pur rispettando quella causa, paga un prezzo diverso. O forse non lo paga affatto.
E allora, senza rabbia, senza insulti, senza sentirsi migliori di nessuno, ognuno può guardarsi allo specchio e rispondere da solo.
Nel giorno della vittoria...
io ho combattuto?
O mi sono limitato a guardare combattere gli altri?