Domani la Serie A darà l'ok all'ingresso della cordata guidata da Cvc
La media company frena la Super Lega (Corriere dello Sport, 18 Novembre 2020)
I grandi vantaggi economici garantiti dai fondi sono incompatibili con il progetto di quei club che sognano una competizione europea d'élite. Sullo sfondo gli scontri politici tra Fifa e Uefa
di Alessandro F. Giudice
«La creazione di una media company a cui cedere i diritti della serie A per venderli sui mercati internazionali non contrasta coi progetti di una Super Lega europea, di cui si vocifera?». La domanda risuonava nella sala dello Stadium mentre la conferenza stampa post-Assemblea si avviava al termine, ma Andrea Agnelli la eludeva con un dribbling degno del miglior Pirlo quando in campo nascondeva il pallone al pressing avversario.
Oggi la stessa domanda sembra ronzare in testa alla cordata di fondi guidata da CVC, che acquisterà la quota di minoranza nella media company. Secondo il Financial Times, i fondi vorrebbero la breakaway clause: la clausola di uscita legale dal contratto nel caso si attuasse l'ipotetico progetto di Super Lega.
Il punto è chiaro: nessuno vuole investire 1,6 miliardi (impegnandosi a corrispondere per anni anche minimi garantiti) per acquistare contenuti televisivi che l'uscita dei maggiori club può impoverire. La perdita di valore del campionato sarebbe clamorosa. Se pensiamo che campionati come Liga e Bundesliga studiano soluzioni simili con i fondi, il problema diventa europeo. Da via Rosellini smentiscono l'illazione. Il presidente Dal Pino ribadisce che la clausola non è sul tavolo. Solo, dice, normali condizioni che impediscono di ridurre il numero di squadre affinché la Serie A non diventi un minitorneo. Ipotesi che definisce irrealizzabile.
Ma da dove nascono i progetti di Super Lega? All'evento SportLab, organizzato da questo giornale, il presidente Uefa Ceferin ha risposto seccamente alla domanda: «Penso sia un'invenzione italiana, non è una nostra proposta. Ne parlano due o tre club che pensano di meritare di vincere più di altri, ma che in realtà vincono poco. Non è una discussione seria, ucciderebbe il calcio, sono molto contrario».
In realtà a parlarne sono più di due o tre club: Bartomeu, l'estromesso presidente del Barça (non un club che vince poco) ha ammesso nel suo messaggio di commiato (quindi fuori da logiche di realpolitik) che il club ha approvato la partecipazione a una futura super lega, progettata dai maggiori club europei. Affermazione che Javier Tebas, presidente della Liga, ha duramente respinto parlando di «ignoranza».
Non è difficile osservare la frequenza degli spifferi sull'argomento e proprio la durezza delle reazioni finisce per confermare i sospetti.
L'aspetto curioso della vicenda è che proprio la Uefa aprì le danze in un meeting a Lisbona (aprile 2019) di cui molti giornali riferirono, con l'idea di trasformare la Champions in un campionato a 32 squadre con un numero di posti (pare 24) bloccati e riservati ai maggiori club, con un meccanismo di promozioni e retrocessioni limitato a 8 posti aperti a tutti. Principio ispiratore di questo schema - mai del tutto smentito - sarebbe quindi garantire la partecipazione a una élite di club della nobiltà calcistica, trasformando i campionati in grandi concorsi a premi per i posti disponibili. L'altro aspetto, molto discusso, di questa operazione era il ventilato spostamento della nuova Champions al weekend, spostando le partite di campionato a metà settimana. «Solo idee» si affrettarono a precisare i vertici della Uefa davanti alle prevedibili reazioni del mondo calcistico, ma il sasso era stato scagliato.
Per capire il cambio di clima dagli iniziali ammiccamenti a una aperta ostilità bisogna leggere la guerra scatenatasi nel frattempo tra Fifa e Uefa per il controllo della vera miniera d'oro: il calcio europeo per club. Non a caso la versione più esplosiva del progetto, attribuita a Florentino Perez, sembra godere della copertura aerea di Infantino, i cui rapporti con Ceferin sono descritti come burrascosi (secondo il New York Times non si sono parlati per mesi). I bene informati sostengono che questa versione "hard" preveda addirittura l'uscita dei top club dai rispettivi campionati nazionali, ridotti a gironi eliminatori per l'ascesa all'Olimpo calcistico continentale. Tutto naturalmente targato Fifa, non più Uefa. Logico che a Nyon vedano questi piani come la terza guerra mondiale.
Che gli interessi del calcio muovano in questa direzione non deve però stupire.
Ogni sistema economico basato sulla competizione tra capitali per la remunerazione dell'investimento finisce per essere guidato dalla massimizzazione del profitto. In questa logica le barriere nazionali diventano un ostacolo, i capitali spingono per superare il frazionamento geografico e il mercato tende a concentrarsi in un'unica lega che monopolizza le risorse. Lo dice la teoria. Nella pratica, spingono in questa direzione gli interessi economici sempre più polarizzati, con la globalizzazione dei ricavi e l'economia digitale, tra i top club da una parte (quelli capaci di vendere in tutto il mondo magliette e contenuti, ma anche un brand e uno stile di vita: Real, Barcellona, Man United, Bayern, gli altri che dominano da due decenni la scena europea) e dall'altra l'esercito dei piccoli club, il cui andamento economico resta inevitabilmente legato al risultato sportivo. Quelli a cui entrare in Champions può cambiare la vita. La Uefa si muove da anni mediando gli opposti interessi in conflitto. Lo ha fatto col Fair Play Finanziario, che ha finito per tutelare soprattutto la posizione dominante dei primi, sbarrando la strada ai nuovi capitali (emiri, oligarchi, fondi di investimento). Ciò non ha impedito a Psg e City, tra gli altri, di entrare nel circolo ristretto con investimenti faraonici, alimentando il malcontento dell'aristocrazia calcistica. Oggi l'arma del Fair Play pare spuntata, il Covid ha accelerato la crisi degli equilibri politici del calcio europeo e la Fifa tenta di inserirsi nella frattura tra Uefa e top club.
In Serie A la pandemia ha indubbiamente accelerato la transizione al nuovo modello di vendita dei contenuti tv e digitali perché molti club (soprattutto piccoli) hanno un disperato bisogno di cassa. Ciò ha consentito di superare le ultime resistenze. In parallelo, l'accelerazione del progetto media company ha forse scombinato i piani di chi punta alla Super Lega. Domani sarà ancora più difficile realizzare questo progetto, perché arrecherebbe un danno diretto ai moltissimi club esclusi, già in difficoltà, che rischierebbero di perdere il vantaggio economico garantito dai fondi.
La Uefa cercherà una mediazione. Ad esempio allargando la Champions e magari garantendone l'iscrizione di diritto, per alcuni anni, a una fascia di élite. Basterà?